lunedì, Maggio 20Città di Vittoria
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e) La Chiesa di S. Biagio

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La chiesa di San Biagio (oggi ugualmente nota come “Santa Rita”).

Passando ora alla chiesa di San Biagio, possiamo dire che la facciata è semplicissima. Così la descriveva Giovanna Garretto Sidoti nel 1944: «Un portale, al centro dell’alta costruzione, è sormontato da una nicchia recante una conchiglia. Al di sopra di essa, una finestra serve a dare luce all’interno quasi buio. La facciata, nella sua ampiezza, è divisa in tre parti da quattro lesene con capitelli compositi. Esse hanno aggetti minimi e piatti e poggiano su mensole rovesciate con curva e contro curva. Dall’architrave si eleva una loggetta graziosa, a sei fornici più uno centrale, racchiusa da un partito architettonico. Qui, architrave fregio e cornice hanno un aggetto che si raccorda, in alto, con il piano dei fornici con un movimento concavo. Sopra l’architrave, un timpano spezzato. Originalissima è l’estrema ornamentazione, gloria dei bravissimi lapicidi. Are votive a due cartigli appoggiati in senso opposto su un asse simmetrico, dalle cui cime si dipartono alcune bizzarre fiammelle che sembrano mosse dal vento. Tutto l’insieme ha un carattere campestre ma leggiadro e originale». Entrando, da sinistra, dopo un’arcata vuota, si incontra:

  1. altare con tabernacolo, con in basso un medaglione raffigurante Santa Rita; nella nicchia dell’altare un tempo la statua di Santa Rita;
  2. pulpito in legno dorato;
  3. altare con grande Crocifisso in legno; al di sotto un medaglione con corona di spine e chiodi in bassorilievo;
  4. nell’abside…la statua di Santa Rita, una statua di San Biagio (opera di G. Rugaldier di Ortisei), una statua della Madonna (opera di Giuseppe Stuflesser di Ortisei, donata dalla signora Teresa Di Leo nel 1963);
  5. quadro della Madonna di Loreto (seicentesco?)
  6. bassorilievo con corona;
  7. quadro della Sacra Famiglia (proveniente dalla Chiesa Madre, opera del sac. Gaetano Di Stefano, donato nel 1874 dal notaio Filippo Neri Maltese);
  8. quadro di San Gaetano, del pittore Gaetano Di Stefano (1809-1896) di Chiaramonte Gulfi;
  9. quadro della Madonna del Carmelo (forse del Settecento).

E’ interessante riferire qualcosa sul culto. Scrive Giuseppe Pitré: «Il martirologio ci racconta che esercitando la medicina S. Biagio di Cappadocia fu creato vescovo, e tra gli altri prodigi fece quello di liberare un bambino da una spina onde nessun medico avea saputo liberarlo. E’ questa la ragione per cui il Santo giunse fino a noi come protettore de’ mali di gola: tanto che pel suo giorno si fanno certi piccolissimi pani che si pretende abbiano forma di gola detti cannaruzzedda di S. Brasi…Comiso l’ha come patrono non solo per l’affare della gola, ma anche per altri benefizi che riconosce da lui. I Comisani raccontano che egli fermò la peste alle porte della loro città, difende dai terremoti, guarisce le storpiature, le lussazioni, ed altri mali violenti»1. San Biagio inoltre condivide l’attribuzione della protezione degli animali domestici (cavalli, muli, asini e maiali) con Sant’Antonio. Assieme a San Vito -come si è già detto-, San Biagio è un potente guaritore. Festeggiato anche all’interno della chiesa di San Vito nel Seicento (La Barbera), il santo vescovo di Sebaste fu venerato «con nostalgica intenzione», secondo Stanganelli, proprio dai Comisani che secondo lui sarebbero venuti a Vittoria2. Scrive infatti lo storico comisano che all’inizio furono pochissimi quelli che abbandonarono Comiso per trasferirsi a Vittoria, ma che «allorquando però i primi partiti, portarono in patria le più rosee notizie della nascente terra, ciò non fu più; e gli emigrati comisani, anche per ragione di vicinanza, furon tanti da formare colà un quartiere a dirittura, dove nel 1642 innalzavano poscia pei loro bisogni spirituali una chiesa che con nostalgica intenzione, vollero dedicata appunto al patrono del loro paese d’origine, cioè a San Biagio, accanto alla quale poi nel 1732 il nostro concittadino sac. Francesco Molé, faceva sorgere un Collegio di Maria, cedendo all’uopo la propria abitazione». Stanganelli riprende la data del 1642 da La China, mentre La Barbera riferisce dell’esistenza della chiesa solo nel 1651 e da parte mia dico che la prima sepoltura registrata a San Biagio è del 1654. Un altro cenno alla chiesa di San Biagio è del 16743, mentre nel quartiere nel 1682 sono registrate solo 5 case. Da Raniolo 1990 sappiamo inoltre che nel 1681 all’interno della chiesa godeva di grande favore popolare l’altare della Madonna di Loreto, cui fu addirittura concessa la fiera franca (che poi a fine Settecento fu ripresa dai padri Cappuccini, vedi oltre) nel mese di aprile. Sulla storia della chiesa, dalla documentazione ad oggi parzialmente inesplorata dell’Archivio di Stato di Ragusa4, apprendiamo che il Conte nel 1678 concesse 14 tumoli di terra, distaccandole dalle terre Comuni, perché se ne facesse un orto, irrigabile «colla facoltà della piena che scorre dalla Città». A seguito della donazione fatta da don Cristoforo Garì ai Cappuccini nel 1721 (vedi oltre), l’orto poté essere irrigato regolarmente «con l’esubero di acqua della sorgente delle terre della Vignazza in contrada dei Comuni, che il benefattore Cristoforo Garì aveva donato ai Padri Cappuccini per farne un fonte per uso del popolo e l’esubero avvalersene il convento per la selva» (La China). Altri dati sulla chiesa ci provengono dall’esame dei riveli. In particolare, sugli altari all’interno della chiesa, abbiamo le seguenti notizie:

  1. altare di San Biagio (ovviamente, sin dal 1651 almeno, secondo La Barbera);
  2. altare o Cappella di Maria di Loreto (almeno dal 1681, con una donazione Nicosia-Cavalli nel 1717)5;
  3. altare di San Sebastiano;
  4. Altare del SS.mo Crocifisso (1748);
  5. Altare del SS.mo Sacramento (1748).

Dall’elenco dell’arciprete Ventura, ai primi dell’Ottocento risultano le seguenti feste:

  1. il 5 febbraio «…festa di S. Agata con vespero e messa cantata, e pochi lumi a spese del Collegio…»;
  2. l’11 febbraio6 «festa di S. Biaggio Vescovo e Martire, a spese come sopra con qualche debole limosina…»;
  3. il 7 agosto «festa di S. Gaetano7 a spese come sopra con debole limosina in chiesa…»;
  4. d. l’8 settembre «festa della Natività della Nostra Donna a spese come sopra, e limosina popolare tenuissima».

In merito al culto di Santa Rita (di cui nella chiesa esiste olio su tela di autore ignoto, recentemente restaurato), non ce ne è traccia fino al 1827, ma una festa risulta già assai frequentata nel 18838, possiamo affermare che il suo culto si affermò nella seconda metà dell’Ottocento, probabilmente con il processo di canonizzazione.
Passata al Comune nel 1867, la chiesa di San Biagio fu a lungo utilizzata come granaio e solo nel dopoguerra, aggregata alla parrocchia di San Francesco, ha ripreso il suo posto tra le chiese cittadine, diventando però sede esclusiva del culto di Santa Rita da Cascia9.

 

NOTE

1] Giuseppe Pitré, Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, vol. XII parte II.
2] Fulvio Stanganelli, Vicende storiche di Comiso, pag. 60.
3] Nel testamento di Paolo Meli (6 settembre 1674) sono citate due case «a conf. con casa di Antonio Gerratana e via pubblica, con orto con muro a tabia in frontespizio della chiesa di San Biagio».
4] Corporazioni Religiose, busta 80, doc. 301 (1779).
5] «A 28 settembre 1717. Il rev. sac. don Tomaso Nicoscia e Gaetano Cavalli…hanno dato ed assignato alla Venerabile Cappella di Maria dell’Oreto nella Venerabile Chiesa di S. Biaggio onze due e tt. diecisetti annuali e rendali fondate ed onerate sopra un vignale recinto di mura…q.ta delli terri Comuni qf. con chiusa di m.ro Giacomo Salerno ed altri qf. e sopra altra chiusa recinta di mura…q.ta delli Gelati qf. con chiusa di Lorenzo Ragusa ed altri…».
6] Stranizza questo giorno 11, mentre il giorno di San Biagio è il 3.
7Di cui esiste ancor oggi un dipinto su tela, opera del pittore Gaetano Di Stefano di Chiaramonte Gulfi (1809-1896).
8]La festa di Santa Rita era organizzata dai cancellieriani, con grandi scoppi di mortaretti e fuochi d’artificio, ma in occasione della sconfitta di Cancellieri nel 1883 fu organizzata dagli avversari jaconisti. In quell’occasione però i botti non esplosero e da lì nacque il detto popolare: “iu a finiu a friska e ppirita, com’a festa di Santa Rita”.
9]Rita da Cascia (1381-1457), vedova, si fece suora agostiniana. Beatificata nel 1628 fu canonizzata il 22 maggio 1900.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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