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f) Antica Cancelleria

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Antica Cancelleria Comunale (già casa Rio-Jacono, oggi Mastragostino)

All’angolo con la via Garibaldi, con ingresso al n. 106 di via Bixio, probabilmente dal 1814 fu realizzata la Cancelleria Comunale, per la raccolta degli atti e con una piccola sala per le riunioni del Consiglio Civico. Alla fine del Settecento infatti, cominciarono a nascere le prime strutture burocratiche del Comune, mentre del Consiglio Civico, largamente rappresentativo e formato di maggiorenti, religiosi e mastri, c’è traccia sin dal 1763. Dall’epoca del viceré Caracciolo (1781-1786) in poi i Comuni ebbero la competenza di eleggere il sindaco (però con poteri di sola rappresentanza) e i giurati (assessori).

Le deliberazioni dal 1787 al 1818 sono state da me attentamente studiate.

Le competenze del Consiglio Civico furono ampliate con la concessione dell’amministrazione di parte delle entrate, a seguito delle riforme dei poteri locali e del bilancio introdotte dalla Costituzione del 1812, che previde l’elezione su base censitaria di un Consiglio Civico, che eleggeva un Magistrato Municipale (oggi diremmo Giunta Comunale). Il Consiglio Civico approvò il suo primo bilancio nell’agosto 1813 e nel febbraio 1814 risulta una spesa per l’acquisto di sedie e tavolini per i consiglieri civici, cosa che ci fa pensare che già a quell’epoca fosse in funzione la Cancelleria. Fino ad allora, le sedute del Consiglio Civico si era svolte nell’”Oratorio di San Giovanni” o nella “gran sala dei Padri Osservanti” e -nel settembre 1814- anche nella “gran sala del teatro” in via Sesta, oggi Cavour). Che già però esistesse una “sala del Civico Consiglio” è dimostrato dalla deliberazione del 28 aprile 1814. In essa, obbedendo ad un ordine del vicario Francesco, che aveva stabilito di doversi «solennizzare con tutti i sentimenti di giubilo l’assoluta liberazione del Santo Pontefice, l’ingresso del Re Cattolico Ferdinando Settimo nel suo Regno di Spagna, e l’acquisto di Parigi fatto dalle Armi Alleate», in essa il Consiglio Civico stabiliva che volendo la città essere «a parte della comune gioia» si adottassero alcuni provvedimenti. Fra essi si dispose che «nella Chiesa Madre…nel giorno della prossima Domenica, si cantasse un sollenne Te Deum…e che le campane…[di tutta la città] sonassero a gioja per tre giorni», cominciando dal 29 aprile. Inoltre si ordinava al Magistrato Municipale di esporre «la sera di Domenica primo dell’imminente Maggio…le figure di S.M. il Re e la Regina sotto un decente baldacchino sull’entrata della Sala del Civico Consiglio con quattro lumi a cera; che si illumini tutto il tratto di strada che comincia dalla bottega di Pancari sino a quella di m.ro Gregorio Carnazza; e si facci la stessa sera un saluto col disparo di tremila maschi, compresi un corrispondente numero di fanoni…».

A queste celebrazioni anche i privati cittadini potevano contribuire, illuminando a spese proprie le facciate delle loro case1. Come si vede, la sala della Cancelleria ospitò i ritratti dei Sovrani, mentre parte della via Cavour (non ancora chiamata via Teatro) fu illuminata dalla bottega Pancari (oggi Bar Nissena, già Cocuzza) fino alla bottega Carnazza (di cui ignoriamo ad oggi l’ubicazione), che però doveva essere nei pressi della attuale via Cernaia. Con l’entrata in vigore delle leggi amministrative napoletane (in verità ereditate da Gioacchino Murat) anche in Sicilia, dal 1° marzo 1818, la Cancelleria divenne sede del Decurionato, non più eletto ma nominato dal Sotto Intendente di Modica, su una ristrettissima base censitaria, con il sindaco e i due assessori (chiamati “eletti”) designati dal Governo. I locali, insufficienti e malmessi, furono ampliati nel 1846 e di nuovo ristrutturati nel 1862 ma, nonostante questi interventi, la Casa Comunale fu considerata definitivamente come insufficiente e fu abbandonata nel 1870, con il trasferimento nel nuovo edificio costruito in piazza sul suolo dell’antico ospizio di Matteo Terranova. Dal 1870 vi funzionò la Pretura, poi i locali furono messi in vendita per finanziare la costruzione del nuovo teatro e venduti a fine secolo all’esattore Rio, che vi fece eseguire decorazioni da Vito Melodia.

 

 

NOTE

1] Ho voluto riportare un ampio brano della deliberazione, per dare il senso della storia che nel verbale si vive: Napoleone, dopo l’entrata a Parigi di Inglesi, Prussiani, Russi e Svedesi, si era arreso. Il Papa Pio VII, a lungo tenuto prigioniero era libero completamente, il re di Spagna rientrava a Madrid, e anche a Palermo cominciava ad esaurirsi la parentesi liberale, con il ritorno al potere del re Ferdinando (qui si omaggia anche la moglie, la regina Maria Carolina, in realtà mandata in esilio a Vienna -dove morì nel settembre di quell’anno- da Lord Bentinck, il plenipotenziario inglese che dal 1810 governava di fatto la Sicilia.

 

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