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1. La Chiesa del Sacro Cuore – Piazza Manin

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La chiesa del Sacro Cuore a Piazza Daniele Manin o “u cianu ‘a sienia”.  

La chiesa del Sacro Cuore, parrocchia dal 1926, è a tre navate, con pianta a croce latina e campanile con orologi. Sopra l’architrave della porta principale è una statua del Sacro Cuore, in pietra.

Entrando, a sinistra abbiamo:

  1. il fonte battesimale, in marmo bianco, chiuso da custodia lignea, opera di Angelo Chiarenza di Vittoria, del 1951, con ripiano su cui è scolpito San Giovanni Battista che battezza Gesù;
  2. altare di Sant’Antonio, in marmo con statua di Sant’Antonio, eretto nel 1949;
  3. altare del Crocifisso in pietra e marmo del 1931 con il Crocifisso e ai piedi statue di Maria e San Giovanni;
  4. nella parte sinistra dell’abside in alto una nicchia con statua della Madonna di Fatima;
  5. altare maggiore, con in alto al centro la nicchia con statua del Sacro Cuore di Gesù;
  6. nella parte destra dell’abside in alto una nicchia con statua di San Giuseppe col Bambino;
  7. quadro della Madonna della Medaglia, che dal recente restauro è stata riconosciuta come opera di Giuseppe Mazzone per la firma e la data 1857 nella parete subito a destra dell’abside[1];
  8. altare  di Santa Teresa, in pietra e marmo, del 1930, con statua di Santa Teresa;
  9. altare della Madonna del Carmine, in marmo con statua della Madonna del Carmine col Bambino, del 1948. Nella chiesa è custodita anche una tela molto rovinata, che raffigura San Pietro e San Paolo, che avrebbe «bisogno di restauro…presenta un’interessante composizione pittorica e figurativa, e può essere datata al XVIII secolo» (Campo).

Box. Il quartiere della Senia e la costruzione della nuova chiesa.

La denominazione “Senia” (in italiano “noria”) indica una fonte d’acqua (nella fattispecie purtroppo sulfurea) cui si attingeva a mezzo di secchi legati ad una ruota mossa da un animale (cavallo, mulo o asino che fosse) che, girando, attingevano appunto l’acqua e la versavano in una vasca. Una contrada denominata Senia compare nel 1748 con terraggio ai Cappuccini, cosa che ci porta a ritenere che si trattasse delle terre di don Cristoforo Garì. A Vittoria si distinguevano due “senie”, dette la prima Senia di Costa poi di Foti o Senia Vecchia (da cui anche il nome di una regia trazzera, nella parte urbana poi chiamata via Castelfidardo, che portava alla Madonna della Salute e a Biscari, così indicata nelle mappe dei primi dell’Ottocento); la seconda la Senia di Ricca, appunto quella esistente in piazza detta comunemente Senia, da dove partivano a sinistra una stradina verso il Rosario e Pozzo Ribaldo e, proseguendo sulla destra, la trazzera di San Giuseppuzzo lo Sperso, che si dirigeva verso Gaspanella e Pozzo Bollente in direzione di Terranova. Ignoriamo l’origine della strana intitolazione a San Giuseppe lo Sperso. Nella linea daziaria deliberata il 21 ottobre 1870, la zona della Senia (estesa poco più di 5 salme) era detta appartenere a Croce Ferraro, ai fratelli Re e a tale Interi. Le strade che la attraversavano, oltre alla trazzera di San Giuseppe, erano la stradella privata detta del Rosario, che si immetteva nella strada pubblica detta della Testa dell’Acqua, cioè la contrada un tempo detta delle terre di Garì, da individuare nell’attuale via Carlo Pisacane (vedi Relazione Arpa del 1885).

Scrive La China (pag. 99-119) che era stato desiderio dello zio arciprete don Giuseppe Scrofani costruire una chiesa nei nuovi quartieri della Senia, esattamente su sue terre «nella via Carlo Alberto, e propriamente dove fiancheggiano le case a cominciare dal portone del signor Giovanni Samperisi, continuando fino alla via Roma». Nella costruzione della nuova chiesa, il parroco intendeva utilizzare £. 6437 che il Comune gli aveva promesso nel 1865 come indennizzo per l’acquisizione fatta dell’antica chiesetta dell’Ospedale[2] (in verità rimasta sempre in possesso di due membri della famiglia Jacono, mentre il Comune aveva costruito sull’aria della chiesa stessa…). La somma, accettata dall’arciprete Scrofani come contributo per costruire «una chiesa nei nuovi quartieri della Senia», non era stata mai erogata. Né si era costruita la chiesa, anzi, dice La China, lo zio arciprete aveva venduto quelle terre a scopi edificativi a numerose persone, col pagamento di canoni per l’ammontare annuo di £. 302,48 a favore della Madre Chiesa. Divenuto arciprete, Federico La China volle realizzare l’opera del predecessore e nell’aprile 1883 ne chiese al Comune la liquidazione[3]. La China, contestualmente, nel dicembre successivo cercò di vendere la chiesa di San Vito, che minacciava rovina, per il prezzo di £. 127.500 (l’acquirente non è indicato ma probabilmente lo stesso Comune), da utilizzare nella costruzione della nuova chiesa. Però pur avendo ottenuto l’autorizzazione da parte della Santa Sede, per le forti opposizioni popolari, fu costretto a rinunciare. In ogni caso, per potere iniziare i lavori, oltre alle risorse, occorreva avere dal Comune altro. Così scriveva La China al sindaco Gioacchino Jacono il 27 marzo 1884: «…In occasione, che si deve costruire la nuova chiesa di Santo Vito, nella Piazza Daniele Manin, col prospetto lungo la via San Martino, abbisogna occupare una parte di trazzera comunale, per una superficie di mq. 795,20 pari a canne quadre 186 secondo la pianta qui retro delineata. Lo scrivente prega, nell’interesse della popolazione e viemaggiormente degli abitanti di quei rioni, onde l’Onorevole Consiglio Comunale, voglia concedere gratuitamente quel suolo comunale alla chiesa sudetta». Portata in Consiglio il 3 aprile successivo, la richiesta fu occasione di lungo dibattito. Alla fine si deliberò di concedere, gratuitamente, solo mq 330 della trazzera comunale, che costituirà poi il naturale prolungamento della via San Martino[4]. Dalla deliberazione veniamo a sapere che la chiesa sarebbe sorta su terre di Giombattista Carfì Ingallina, tra le vie Venezia (futura Senia) e Vicenza, con prospetto appunto sulla trazzera comunale e sulla nuova piazza (prevista dal Piano Regolatore approvato con Regio Decreto del 23 agosto 1881) che sarebbe sorta sulle terre di Croce Ferraro (al quale peraltro fu espropriata senza indennizzo…). Il 27 aprile 1884 fu concessa la terra, con un canone annuo di £. 280,50, mentre come già sappiamo nulla fu dovuto per i 330 metri quadrati della trazzera. Progettista del nuovo edificio fu l’ing. comunale Eugenio Andruzzi, assistito dall’ing. Angelo Zironi (o Zirone, di Siracusa). I lavori, appaltati all’impresa edile di Gesualdo Marino, cominciarono il 18 maggio 1885 e furono finanziati con contributi e donazioni. Nelle more della costruzione della grande chiesa (La China dice che sarebbe stata lunga quanto la Grazia e larga quanto la navata grande della Chiesa Madre), nel luglio 1884 si usò un piccolo vano già esistente, assai piccolo, che è probabilmente la “cappelluzza” chiamata da La China di San Giuseppe lo Sperso che sorgeva nell’isolato lungo la via San Martino compreso tra le vie Brescia, Como e Vicenza (vedi mappa annessa all’opera di La China), già dedicata al culto del Sacro Cuore, anziché a San Vito. Del Sacro Cuore già nella Chiesa Madre c’era una bella statua, posta nella cappella del Santissimo. La China ci informa che l’opera, realizzata dal prof. Vincenzo Genovese di Palermo[5], destinata all’Esposizione di Parigi, era stata acquistata nel 1878 dalla Madre Chiesa[6]. Lo stesso La China, negli appunti successivi alla stesura dell’opera maggiore[7], scrive che a causa della crisi economica seguita alla fillossera dal 1886 in poi, la chiesa non poté essere completata.  Nel frattempo inoltre accadde che, essendo stata realizzata la nuova piazza Daniele Manin, quanto era stato realizzato dovette essere demolito «perché nel luogo dove sorgeva costituiva una vera stonatura». Pertanto si decise di spostare il sito della nuova chiesa, demolendo e ricostruendo tutto nel sito attuale in soli dieci giorni. La costruzione fu terminata il 2 settembre 1897.  Due anni dopo, nel 1899, per il completamento della struttura fu sottoscritto un contratto con la Società Cooperativa di lavoro[8], che però non adempì gli obblighi contrattuali. Fu pertanto necessario demolire anche questa seconda chiesetta e costruirne una terza, tre volte più grande. La morte di mons. Federico La China, avvenuta nel 1909 sospese per molto tempo i lavori. Solo la costituzione della parrocchia nel 1926, con la nomina del nuovo parroco nella persona del sac. Salvatore Gurrieri valse ad imprimere una svolta. La chiesa poté essere così inaugurata nel 1931 ma fu completata solo nel 1960. 

NOTE

1]«L’opera, realizzata a soli 19 anni dall’artista, evidenzia la figura della Madonna in controluce contro un fondo chiaro, dalle tonalità calde del giallo, simbolo della manifestazione Divina, mentre lo squarcio del cielo con tonalità fredde e poco sature di azzurro creano uno stacco, conferendo all’insieme profondità e rafforzando l’immagine di Maria plasmata col rosso puro e col blu profondo. Ella è accompagnata da angeli che sembrano suggerire una spazialità sferica, rafforzata dai colori e dalla luce, al fine di creare un’alta intensità espressiva, sottolineando e amplificando l’atteggiamento, il gesto e la relazione dinamica tra la figura e lo spazio, mentre la Madonna, nell’equilibrata e serena espressività formale, attira la nostra attenzione e manifesta la sua Divinità per colpirci nell’intimo della fede» (Campo).
2] cfr. Paolo Monello-Giuseppe Areddia, Le case comunali etc.
3]La somma fu erogata però solo nel giugno 1885, dopo la ratifica delle deliberazioni assunte dal commissario straordinario Arpa, che aveva retto il Comune dopo lo scioglimento del Consiglio l’anno prima. Ad onor del vero il parroco non aveva diritto ad alcun indennizzo, perché la chiesa dell’Ospedale apparteneva all’ospizio fondato da Matteo Terranova e pertanto confluito grazie alla permuta del 28 aprile 1864 in possesso del Comune. La beffa poi fu duplice perché il Comune pagò alla Chiesa per locali che erano già suoi di diritto ma di cui non entrò mai in possesso, in quanto usurpati da Antonio Jacono e dal cugino Giombattista Giudice Jacono…
4] Si tratta senza dubbio della trazzera di San Giuseppe lo Sperso.
5] Discepolo del pittore palermitano Salvatore Lo Forte (1804-1885), direttore dal 1837 al 1857 della Accademia del nudo.
6] La statua costò £. 1275 e fu portata trionfalmente a Vittoria il 13 maggio 1878 (ma per giudizio dello stesso La China, era inferiore per bellezza alla statua di San Francesco d’Assisi ai Cappuccini…).
7] Giuseppe La Barbera, Scritti e appunti inediti di mons. Federico La China, in Poieîn n. 1/2000
8] Emanazione della Società Operaia di Mutuo Soccorso (cfr. Paolo Monello, 2002)

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