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b) La Necropoli

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La necropoli settentrionale ed i rinvenimenti archeologici.

Che la zona attorno all’attuale cimitero di Scoglitti fosse già anticamente occupata da una necropoli, fu ben chiaro a Fazello, che così scrive: «Fuori le mura, a settentrione, c’è un luogo per il cimitero, notevole per il gran numero di sepolture, che, con la sua alta struttura in pietre squadrate, pare una rocca». Schubring aggiunge: «A settentrione della stessa [palude] era la principale necropoli della città di Camarina; ivi sono stati scavati vasi in gran numero. E’ questo il luogo designato da Fazello, la collina piena di sepolcri, fabbricata come una specie di castello con grandi pietre squadrate, il che non è a intendersi di tutto il luogo, ma Fazello avrà visto una grande ed alta fabbrica di monumento sepolcrale. Si racconta sul posto esservi stati sarcofagi di terra cotta con coperchio a frontoni triangolari, quantunque ora non vi sia più nulla da vedere. La pianura profonda…fra questo cimitero e la città [di Camarina], tra il mare e le due paludi, è una pianura deserta di sabbia e i rialzamenti sono pure colline di sabbia. Qui erano le colossali costruzioni di porto viste dal Fazello nel suo primo viaggio, e questa contrada, che era all’asciutto, si chiama ancor oggi il porto antico…» (pag. 58).

La necropoli fu saccheggiata dal principe di Biscari che così scrive: «Poco da questo lontano [allude ai resti del tempio sulla collina] si osserva il rinomato Lago, che dalla parte di Levante rendea forte Camerina, e nello stesso tempo osserverà il picciolo Fiume Ippari, che attorno le scorrea. Passando questo, riconoscerà molti vestigj di fabbriche, che erano i suoi sepolcreti; e per tutto questo lato, scavando alla profondità di tre in quattro palmi, sogliono trovarsi numerose sepolture. I vasi di creta di bellissima manifattura, che in questi contorni più che altrove si trovano, fanno chiara testimonianza, che in questa città si esercitava questa fabbrica; le di cui opere certamente pei perfetti Greci disegni, superano assai quei degli antichi Toscani; e debbo a questa, per così dire, ubertosa miniera gran parte delle opere più pregevoli in terra cotta, nel mio Museo conservate»[1]. Sugli stessi reperti, visti nella raccolta di Biscari durante il suo viaggio nell’inverno 1785-1786, così scrive Friedrich Münter: «E’ particolarmente considerevole la parte, che riguarda i lavori di creta cotta, che la più grande, e la più bella è tra l’Italia tutta. Il principe n’ebbe la più fortunata occasione, perché la terra di Biscari è vicinissima al luogo, dove una volta l’antica Camerina esistea. Impiegò costui i Cappuccini, che ivi [a Biscari] aveano un Convento, a scavare delle antichità, a’ quali diede larghe elemosine; e così una incomprensibile quantità di vasi, urne, lampe, ed ogni sorta di utensili di casa d’una molto fina argilla cotta raccolse»[2]. Sebbene non sia possibile averne certezza, possiamo comunque affermare che la maggior parte dei vasi della collezione Biscari fu scavata nella necropoli di Scoglitti.

Di questa necropoli scrive Orsi nei suoi appunti intitolati Camarina. Campagna archeologica del 1896:

«Un 2 chilometri a NNO di Camarina s’adagia in riva al mare il piccolo borgo di Scoglitti, di origine recente, porto e caricatore del vivo commercio vinario della regione di Vittoria. Se è vera, come credo, l’attestazione del Fazello, che gli avanzi del porto di Camarina fossero ai suoi tempi visibili allo sbocco dell’Hipparis, per ciò solo è molto verosimile che in vicinanza di esso, fuori delle mura e sulla destra del fiume esistesse un quartiere della gente di mare e dei commercianti. Di cotesto proásteion sono documento la vasta necropoli e qualche rudere visto dal Fazello… Nei terreni che si stendono a S e a SE di Scoglitti, e propriamente nelle colline sabbiose fra il borgo, il mare e la salina (Stagno Salito) veggonsi le tracce dei sepolcri, parte rinvenuti da ricercatori, parte nella trasformazione del terreno in vigne, altri infine all’occasione, che si fabbricava il nuovo cimitero di Scoglitti. Ma, sciaguratamente, di tante scoperte nulla si sa, ed ulteriori ricerche in quel sito sembrano oggimai impossibili. Percorrendo quei terreni vidi molteplici reliquie di sepolcri di tegole, e qualcheduno anche formato a baule con coverchio fastigiato. Ad orientarsi poi alquanto sulla cronologia di questa necropoli vengono in acconcio alcuni vasi del Museo di Siracusa, la cui provenienza da quel sito è accertata. Lasciando un vaso a colonnette in stile rosso colla rappresentanza di un cavaliere e di una Nike, della seconda metà del V secolo, sono più importanti altri vasi già proprietà del canonico Pacetto di Scicli, ed ora conservati nel Museo di Siracusa; secondo esplicite assicurazioni degli eredi Pacetto, essi provengono tutti dalla necropoli di Scoglitti. I più antichi fra essi sono due piccole idrie con due insignificanti rappresentanze (Dioniso sdraiato su una kline. Figura corrente tra due spettatori) a figure nere in stile poverissimo ed andante; e spettano agli ultimi lustri del sec. VI. Più ragguardevole è

  1. l’anfora attica…alta cm. 34. Da un lato essa offre Dioniso e Arianna, una Baccante ed un Sileno; dall’altra una quadriga montata da un guerriero, di cui non vedesi che l’alta cresta dell’elmo, e dall’auriga. Per la forma slanciata e per la peculiare decorazione del collo, dei fianchi e del fondo, essa appartiene ad una sola e vasta famiglia della fine della pittura nera (von Rohden in Baumeister’s, Denkmaeler, III, 1872). Siamo quindi intorno al 500.
  2. Segue una lekythos (a. cm. 36) con due figure rosse di bello stile formanti una scena di toletta, vaso già ricordato dal Benndorf (Archaeol. Anzeiger, \1867, pag. 115).
  3. Un pezzo di primissimo ordine è certamente la lekythos bianca colla scena di Achille condotto da Peleo a Chirone, vaso già illustrato e figurato dal Benndorf nei Griech. und sicil. Vasenbilder, tav. XLI. Invece è, per quanto consta a me, completamente nuovo ed inedito il cratere che qui si pubblica in modo provvisorio, ma che per la rarità della scena non meno che per la bellezza dello stile è degnissimo di una pubblicazione in extenso. E’, come vedesi,
  4. un cratere a campana, alto mm. 405, decorato al labbro di una corona di doppie foglie di lauro, in basso di meandri alternati con croci oblique.
    1. Ragazzo che si avanza timoroso e con riguardo, seguito dalla madre, che assiste quasi sorpresa, ad un guerriero (il padre) che sta per partire, aspettato da un compagno in costume militare leggero; egli consegna al giovinetto una spada, come ricordo e pegno. Questa la scena di carattere nobile ed elevato, certamente ispirata a qualche tragedia; molto probabilmente l’addio di Anfiarao che parte per Tebe, e che presago della sua fine lascia al figlio Alcmeone il compito di vendicarlo, uccidendo la madre Erifile, che lo aveva spinto all’impresa fatale; di questa metroctonìa e delle sue terribili conseguenze s’impadronì l’epopea tebana, e più tardi Sofocle ed Euripide ne fecero materia al loro Alcmeone. Il momento grave e solenne della partenza era stato rappresentato nella cassa di Cipselo (Pausania, V, 17, 7), in un cratere ceretano (Berlino 1635) ed in altri monumenti arcaici, ma in forma diversa; l’influenza dei tragici e sopratutto di Euripide modificò alquanto la scena, accentuando il distacco e l’ordine della vendetta. La tragedia di Euripide venne rappresentata in Atene sotto l’arcontato di Glaucino (439-438), e ad un’epoca di pochissimo posteriore (440-430 circa) deve appartenere il nostro cratere, ciò che è confermato dalla forma di esso, dal costume delle figure, dallo stile solenne e grandioso, dal disegno sobrio e corretto, non meno che dal carattere drammatico del soggetto, in voga appunto in quell’epoca. La scena al tutto nuova nella pittura vascolare merita perciò uno studio più ampio e diffuso che non sia il presente cenno.
    2. Scena erotica; un giovinetto coperto di mantello che gli lascia nuda una spalla, coronato d’ellera, tenente un bastone ed uno skyphos, risponde all’invito di seguire due uomini barbuti, che a lui si rivolgono, coperti di mantello, e tenenti due bastoni ed una tazza.
    L’esame di cotesti pochi vasi ci mette pertanto in grado di fissare la cronologia della necropoli di Scoglitti dalla fine del VI secolo alla fine del V; ma se essa si estenda al di là di tali due estremi non ci è dato di affermare» (Orsi 1896, pagg. 236-139).    
    Come si è visto, Orsi si riferisce a vasi della collezione del canonico Giovanni Pacetto di Scicli, provenienti, secondo esplicite assicurazioni degli eredi, da Camarina e da Scoglitti in particolare. Null’altro purtroppo è stato possibile trovare. Però questi stessi vasi, insieme con altri certamente di origine della necropoli di Scoglitti, sono stati meglio studiati recentemente. Questo il quadro completo dei rinvenimenti fatti a Scoglitti:
  5. due hydriai a figure nere, una con Dioniso e l’altra con figura tra due spettatori attribuita al gruppo del Vaticano G52 (SR 18424) del 525-500 a.C.[3];
  6. un’anfora attica a figure nere con Dioniso e Arianna su carro (SR 18425), datata all’ultimo quarto del V sec. a.C. (già studiata da Orsi)[4];
  7. lekythos a fondo bianco con Achille, Peleo e il centauro Chirone attribuita dalla Haspels al Pittore di Edinburgo (SR 18418), del 500-484 a.C. (già studiata da Orsi)[5];
  8. cratere a campana con scena di partenza di Amphiaraos riferito da Beazley al Pittore di Danae (SR 18421) e datato al 450-425 a.C. (già studiato da Orsi; vedi pag. 54 del II vol. di “Veder greco a Camarina”);
  9. tre crateri a campana di Scoglitti[6]. I primi due (uno con scena dionisiaca, l’altro con figura femminile e un fanciullo tra due colonnine ioniche intenti ad un gioco, inventariati come SR 14625 e 14626), sono attribuiti da Trendall allo Scoglitti Group, mentre il terzo, con scena di toeletta (SR 14627), è attribuito al Pittore di Siracusa 24000. Di altri vasi di sicura provenienza da Scoglitti (da “Veder greco a Camarina” vol. I   pag. 59 e segg.), due provenienti da una stessa sepoltura sono stati attribuiti al Pittore di Diosphos e cioè:
  10. lekythos a figure nere inv. 24148. Carro. Auriga su un carro in corsa verso sinistra e con le braccia protese a reggere le redini. Della scena restano visibili anche il carro e i lombi dei quattro cavalli. Dietro i cavalli è visibile un personaggio di cui rimangono una gamba, il busto e il braccio destro; a destra un animale, forse un cane (?) e i piedi di un altro personaggio rappresentato di profilo…;
  11. lekythos a figure nere, inventario 24148. Due destrieri. Sulla spalla si affrontano un leone dalla lunga coda serpentiforme ed un cinghiale. Sul corpo, due cavalieri di profilo verso destra lanciano i cavalli alla corsa. I giovani reggono entrambi un’asta. Dietro si intravede la rappresentazione di una meta (?) di gara. I vasi provengono entrambi da una stessa sepoltura. Un altro vaso è attribuito al Pittore della Phiale (datato da Beazley al 450-425 a.C.). Si tratta di un:
  12. cratere a calice, a figure rosse, cm. 8,7. Della scena figurata rimane la parte superiore di una figura femminile panneggiata. La donna -di profilo a destra, i capelli raccolti in un toupet -ha un braccio proteso.

Recentemente uno dei crateri a campana acquistati da Orsi a Gela, avente come soggetto Dioniso e Arianna è stato attribuito al Pittore di Scoglitti[7]. Si tratta di un cratere a campana siceliota a figure rosse, che reca nel lato principale una menade stante con un’oinochoe nella mano destra, per Orsi e Arias regge un rhytón, identificato da Trendall, invece, come un corno potorio, che è da lei porto a Dioniso seduto su un klismós, con tirso nella mano sinistra ed un oggetto nella mano destra, che per Orsi risulta irriconoscibile, e che Arias identifica con una benda; nel lato secondario sono due giovani ammantati separati da un basso pilastrino, quello a sinistra regge uno specchio, quello a destra una fascia.

Ho voluto elencare le opere ritrovate di sicura provenienza dalla necropoli di Scoglitti, perché sarebbe bello un giorno ospitarle in una mostra…

 

NOTE

1]Ignazio Paternò Castello Principe di Biscari, Viaggio per tutte le antichità della Sicilia, 1817, pagg. 109-110.
2]Oggi la collezione Biscari è al Museo Civico di Castello Ursino.
3] Gruppo del Vaticano G52 hydria miniaturistica a figure nere, inv. 18424. Efebo corre tra giovani. La scena è rappresentata dentro un riquadro metopale. Un giovane nudo, di profilo, in corsa. Ai lati, due giovani ammantati, stanti, lo osservano.
4]inv. 18425  D6. Anfora a collo distinto, alt. cm. 34. A)Dioniso e Arianna, una menade e un satiro; B)quadriga montata da un guerriero
5]inv. 18418 lekythos a figure nere: Achille condotto da Peleo presso Chirone. Al centro, un giovane imberbe completamente nudo con i capelli legati da una taenia. Lo fronteggia Chirone, barbato, con chitonisco e himation sulle spalle; con mano sinistra regge un lungo bastone nodoso, mentre nella destra ha un lungo bastone con rami a cui è appesa una lepre. Alle spalle del giovane è un personaggio barbato (Peleo?) incedente verso sinistra, retrospiciente. Indossa petaso, clamide e chitonisco, mentre con la mano regge due lance; solleva la mano in un gesto di saluto. Dinnanzi una figura femminile, con lungo chitone e himation, regge nella mano destra una lancia poggiata a terra e con la mano sembra salutare…Sul corpo iscrizioni: Kalós sopra la testa di Achille, PI  IDES, tra il giovane e Peleo; NAIXI, sotto il corpo di Chirone. Pittore di Edinburgo
6]Da un lotto acquistato a Gela dallo stesso Orsi presso un certo Calandra nel 1894.
7]Ceramista databile tra il 380 e il 360 a.C., a cui Trendall attribuisce quattro vasi e che secondo lo studioso sarebbe  molto vicino al pittore del Louvre K 236; cfr. Paolo Madella, pag. 109 di “Veder greco…” vol. II .

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