lunedì, Maggio 20Città di Vittoria
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6. Lungo la Valle

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Colledoro

Lungo la valle del fiume di Cammarana: attraverso la storia 

Un viaggio nella storia: questo è ciò che si ricava da un percorso nella valle e che possiamo seguire alla luce di alcuni documenti. In base alla legge 98/81 si costituì la Riserva Naturale Orientata dei Pini d’Aleppo, con una superficie di ettari 3000 nei territori di Vittoria, Comiso e Ragusa. In questa sede ci occupiamo però delle contrade nella storia.

A partire dalla contrada Fratijanni[1], scendendo verso il mare lungo il corso dell’Ippari, abbiamo sulla destra la contrada Giardinello (area dell’IperLeDune), incassata tra le rocce e vera e propria fawarah, da cui Vittoria e Gela traggono dagli anni ’50 parte del loro approvvigionamento idrico. La contrada nel Settecento fu sito della famosa Cartiera del principe di Comiso[2]. Quindi inizia il territorio di Vittoria. In questa scheda mi limito ad accennare ai documenti tardi che ho avuto la possibilità di esaminare ma per le età preistorica e classica su tutto il territorio cfr. “Carta Archeologica d’Italia”, fogli n. 275 (Scoglitti) del 1974 e n. 276 (Vittoria) del 2015, entrambi opera del prof. Giovanni Uggeri, il quale con la moglie prof.ssa Stella Patitucci dedicò un esame particolare alla valle dell’Ippari nell’articolo pubblicato nel 2015 come “Contributo alla Tabula Imperii Byzantini” di cui ho tenuto in parte tenuto conto:

  1. Castellazzo (o Castellaccio), dove sin dal 1570 nei documenti risulta una grande masseria di tale Giovanni Scifo; 
  2. Passo Ippari o Passo del Pero ma anticamente Passo Piro. Fino alla metà del secolo scorso vi funzionavano mulini già di proprietà Campo  e Giacchi (qualcuno di questi è ancora in piedi e sarebbe bene serbarlo come esempio di archeologia industriale). Il toponimo Passo Piro compare sin dal 1571 nei documenti. La zona è ricchissima d’acqua (altro nome della contrada è infatti Favacchio) e la stessa città di Vittoria vi attinge acqua da decenni. Quanto al nome Passo Ippari, lo ritengo una correzione colta ma errata, del dialettale Passu Piru. Mi sembra improbabile che piro -come afferma Pace- sia la corruzione dialettale di “Ippari”, perché nell’uso corrente del Cinque-Seicento il nome Ippari era ignorato e il torrente era conosciuto solo come “fiume di Cammarana” o “fiumara” e basta. La contrada è divisa tra il Conte di Comiso e la Corte di Modica ma ci sono anche terre libere, cioè affrancate. A Passu Piro nel 1623 sorgeva un mulino di proprietà di Antonuzo Garofalo, detto Bianco, che lasciò tale ‘nciuria alla moglie Vincenza Custureri, detta Bianca, che così diede nome a quelle terre, fino ad oggi conosciute come contrada Bianca. Nel 1714 vi possedeva terre la chiesa di Santa Maria dei Miracoli di Ragusa e nel 1771 alcuni appezzamenti appartenevano al Convento di San Francesco di Paola ed all’altare delle “Anime del Purgatorio dentro la Venerabile Chiesa di Santo Vito” In altri documenti la contrada è detta anche Carusone (sebbene questa sia sul pianoro).
  3. Martorina, con grotte e un mulino. La zona, alla destra del fiume e quindi in territorio di Comiso, famosa per la grotta detta de’ setti cammiri è citata tra quelle in cui furono assegnate terre nel 1550-1564. Doveva essere un luogo paradisiaco con giardini di «arbori d’aranci, carrubbi, ulei, granata», canneti, fiumara, cannavate, fonti, case, «martellaturi» (paratori): così vi è descritta in un atto del 1659. Era attraversata dalla via che da Comiso conduceva a Cammarana, ma che proprio all’altezza della contrada si biforcava e saliva sul pianoro dove sorgeva Vittoria per dirigersi a Terranova (chiamata Eraclea nel documento), mentre un altro ramo proseguiva nella valle verso i due mulini Santa Rosalia e poi verso la Cava di Gesso. Non mancavano le chiuse e le vigne. La contrada apparteneva alla famiglia Leni, che vi possedeva anche un mulino. Sempre sulla sinistra del fiume, in territorio di Comiso, seguono le contrade Comuni, Granaro e Colobria.  Sulla grotta detta delle “sette camere” si è già riportato quanto scrive Pace. In anni più recenti, la grotta è stata ritenuta un casale rupestre dallo studioso Messina: «Il casale è sito in un’ansa dell’Ippari tra Comiso e Vittoria, in relazione ad un guado del fiume controllato da una fortezza, di cui si conserva solo il toponimo (IGM contr. Castellazzo). E’ un piccolo agglomerato trogloditico di tecnica molto evoluta per la regolarità del taglio delle pareti e le soluzioni planimetriche adottate. Insieme a grotte minori monocellulari è una abitazione a più vani, detta la “grotta delle sette camere”. Un corridoio d’accesso in leggera pendenza, voltato a botte, porta in una sala centrale sui cui lati si aprono tre vani minori. A destra dell’ingresso è la cucina di forma campanata con sfiatatoio, fornita di bancone con tre fornelli scavati nella roccia. La forma trapezoidale degli ambienti tradisce un manufatto del medioevo maturo»[3]. Dopo la Martorina, la valle si fa più larga ed ancor oggi è coperta da qualche giardino. Quindi il fiume lambisce alla base i rilievi e il piano su cui sorge Vittoria. Lo slargo è delimitato sulla destra dal
  4. Colledoro, dove si aprivano le cosiddette Celle a semicerchio dall’attuale viale Volturno, inizi di via XX Settembre, il Canale e la via Gaeta. Schubring fu il primo a indicare la vera natura delle cosiddette Celle, toponimo che è testimoniato dai documenti solo a partire dal 1681 (mentre del toponimo Betlem non c’è traccia anteriore al 1728): «Ne’ dintorni di Vittoria, al dire degli abitanti, esistono diversi sepolcreti…[tra essi] 5°Le pareti delle rupi sul fiume Ippari contengono molti antichissimi sepolcri a finestre (ddieri) in cui si dice essersi rinvenute ossa, vasi, anfore e lampe». Da Schubring apprendiamo quindi che le pareti delle rupi a strapiombo sull’Ippari contenevano sepolcri che in seguito Orsi avrebbe datato all’età del Bronzo. Dal termine ddieri usato da Schubring, si tratta senza ombra di dubbio di tombe a forno scavate nella roccia, come confermarono prima Francesco Saverio Cavallari nel 1874 («Il fiume Camerana…traversa una stretta di colline tra Comiso e Vittoria ove esistono dei sepolcri»[4]) e poi Pace. Quanto al termine ddieri c’è da precisare che esso, nelle parlate del Val di Noto si riferisce «soltanto a quel complesso di grotte disposte in linea orizzontale e con ordine alle quali si accede comodamente per una specie di terrazza naturale formata dallo sporgere della rupe, che a guisa di cornicione gira tutt’intorno»[5]. Secondo Zarino, alle pendici del Colledoro ci sarebbe una catacomba con scalinata (studiata da Giovanni Di Stefano) e più in basso -alla destra del Canale- la necropoli di età bizantina (studiata da Stella Patitucci Uggeri), nei pressi dell’antico  “ciaramiraro” (vedi oltre). Il tratto di terra compreso tra le pendici della collina del Colledoro e il ciglio roccioso è zona ricchissima di reperti.
  5. Canale o Lavina (o terre del chiaramidaro[6] e terre nominate la conceria vecchia in contrada Comuni)[7]. Altri nomi della contrada sono: Critazzi, Costa del Canale, Pozzo di Mezzasalma e in seguito Orto del Crocifisso (dopo il 1680). Prima della fondazione di Vittoria vi sorgevano il ciaramiraro vecchio di Paolo Custureri nei pressi del quale nel 1614 fu creata una conceria. Il nome di Canale deriva probabilmente dalle acque che vi scorrevano dall’altopiano (dalla via oggi detta Gaeta) verso la vallata. In alcuni documenti è detto anche Cozzo dell’oro. La contrada Critazzi (dal vallone fino all’interno verso l’attuale Campo Sportivo e fino al luogo dove sorse la chiesa della Grazia) apparteneva tutta ai Custureri e in parte, a causa del suo testamento del 1619, fu conosciuta dal 1666 come Maritaggi, nome che conserva ancor oggi. Vi si coltivava anche lino. ma è soprattutto la zona che fu abitata prima della fondazione di Vittoria. Infatti proprio nel ferro di cavallo tra Colledoro, Canale e Grotte Alte (area del Castello), abbiamo tre insediamenti certi che coprono un arco di tempo che va dal III al IX secolo d.C.. In contrada Canale sono state infatti rinvenute alcune sepolture, da cui proviene una stele sepolcrale di calcarenite recante un’iscrizione greca conservata nel Museo Zarino e intitolata al giovane Chárinos (V. Lavore 1983), che confermerebbe, anche in età tarda, l’uso del greco nelle campagne. Scrive Lavore: «L’epigrafe, che in un greco pressoché perfetto…non presenta problemi di lettura, dice: “Chárinos chrestòs kài àme[m]ptos èzesen ète ke emèras b”, cioè “Charinos buono e irreprensibile visse anni 28 e giorni 2”…L’aspetto delle lettere è, in una certa misura, determinante per la datazione. L’uso delle lettere “quadrate” e “angolate”, derivanti da un “irrigidimento” delle lettere “lunate”, già presente alla fine del II secolo d.C., è tipico del III secolo d. C.». Dunque per Lavore nel III secolo d.C., nell’ampio tratto di costa a ferro di cavallo tra Colledoro e Grotte Alte sorgeva un piccolo insediamento, con necropoli. Invece per Giovanni Uggeri (Carta Archeologica, F. 276 Vittoria), l’epigrafe risalirebbe al V-VI secolo.
    Nella stessa area sarebbe sorto (o forse si trattò di una continuazione dell’abitato precedente, come farebbero pensare la catacomba paleocristiana dell’Orto del Crocifisso (grotta adattata in seguito a conceria) e l’individuazione di tracce di una sede di culto (forse una chiesetta), un piccolo villaggio vissuto fino alla prima metà del IX secolo. L’area è stata indagata per la prima volta scientificamente nel 1975, ad opera della prof.ssa Stella Patitucci Uggeri, che dedicò al “sepolcreto di Vittoria” un apposito studio. Sulla base delle ceramiche rinvenute nelle 45 tombe scoperte nel sepolcreto (alcune intagliate nella roccia del pendio di Colledoro, altre lungo la strada della Martorina), la studiosa deduce che dovesse trattarsi di un piccolo insediamento rurale vissuto con certezza ai primi del IX secolo d.C. e probabilmente distrutto dagli Arabi nell’anno 852. Il sepolcreto sarebbe stato a servizio di «un insediamento fortificato bizantino, di cui sul lato orientale dell’abitato moderno si riconoscono ancora le tracce in pochi avanzi di mura conservate tra il castello…degli Enriquez Cabrera e il torrente Canale o Lavina. Si arguisce che l’andamento della murazione dovesse seguire il ciglio della collina, sfruttandone così le difese naturali. La muratura è in grossi conci parallelepipedi di calcare locale tagliato rozzamente. Sul lato meridionale della collina il muro forma una sporgenza a guisa di torretta presso l’angolo orientale. La sovrapposizione dell’abitato moderno non permette di riconoscere altre tracce». L’esistenza di un fortino secondo la studiosa sarebbe attestato dal termine stesso “Colledoro”, per lei trascrizione italiana del dialettale “cazzaloro”, derivato a sua volta da “kasr”, analogo alla denominazione “castelluccio” che ritroviamo in moltissime zone della Sicilia (ma su tale etimologia mi permetto di avanzare qualche dubbio, essendo invece comune chiamare le piccole alture con il termine dialettale “cozzo”, assai comune nel Seicento). Traccia di un’antica chiesa sarebbe anche un «capitello con monogramma» rinvenuto alla Lavina e custodito al Museo Zarino. A settentrione -scrive ancora la Patitucci- «si aprono grotte d’abitazione che denunciano l’insediamento rupestre concorrente con il borgo murato» (si tratta della famosa rutta de’ setti cammiri, in contrada Martorina). La datazione delle sepolture (e quindi dell’insediamento) al IX secolo è stata fatta in base al rinvenimento di monete dell’età degli imperatori Michele I e Teofilatto (811-813) e Leone V e Costantino VII (813-820). Il mancato rinvenimento di tracce islamiche porta alla conclusione che il sito venne abbandonato. Sul versante meridionale del vero e proprio “ferro di cavallo” formato dal costone roccioso, nel cosiddetto Orto del Crocifisso, esisteva una piccola catacomba paleocristiana di cui si è già detto, mentre più in basso si aprivano numerosi sepolcri ad arcosolio o sub divo, saccheggiati e devastati da gran tempo (nell’atto notarile del 1678 con cui si dona la salma di terra alla Congregazione del SS.mo Crocifisso si fa cenno ad una grotta in cui sgorga acqua, che è proprio la piccola catacomba detta degli Scifazzi o della Conzeria[8]. Sulla grotta scrive Giovanni Di Stefano:
    «E’ noto da tempo un lembo di una necropoli tarda, ricavata lungo le pendici della contrada Canale, nei contrafforti digradanti sul greto del fiume Ippari. Si tratta di un gruppo di sepolture che si aprono in particolare su tre balze dello sperone roccioso, fra il Canale e l’Orto del Crocifisso. Il lembo di necropoli in luce non è stato mai indagato sistematicamente ed è stato, piuttosto, frugato da cercatori di frodo, da tempo immemorabile. Le tombe in luce, in parte danneggiate dai recenti lavori per la realizzazione del depuratore delle acque reflue della città, sono semplici fosse sub divo, di forma rettangolare o di forma ovale e piccoli arcosoli polisomi, con fosse orientate da est a ovest. Da una di queste fosse proviene una parure femminile composta da due orecchini, in bronzo, circolari e da una collana in pasta di vetro. Brocchette piriformi, monoansate, acrome, sono state pure rinvenute in alcune di queste sepolture. Il cimitero è completato dalla presenza di almeno due piccole catacombe, ricavate alla destra e alla sinistra del torrente Canale. La catacomba degli Scifazzi o della Conzeria è certamente la più vasta e la più interessante. La planimetria è quella del camerone ipogeico di forma quadrangolare con arcosoli monosomi alle pareti: le fosse sono disposte perpendicolarmente a queste, proprio per accentuare il carattere monumentale delle singole sepolture». 
    In conclusione, mettendo insieme le notizie desumibili dai rinvenimenti archeologici, possiamo affermare che la zona compresa tra il Castello (Grotte Alte) e Colledoro risulta abitata (non sappiamo però se con continuità o con salti temporali) tra il III e il IX secolo d.C., un insediamento che potremmo chiamare senza alcun dubbio, per la posizione geografica, del Canale…
    Continuando nella nostra passeggiata, ai piedi del Castello di Vittoria, sorgevano
  6. I due mulini (costruiti nel 1607 e già entrati in funzione a metà del 1608). Di essi oggi rimangono solo i ruderi di una casetta proprio sotto il Castello.  Il fondovalle a nord e a sud del Castello reca il nome di
  7. Cava Cammarana o Camerina o C. di Cammarana o Cannavate. La contrada è nota nei documenti sin dal 1550 e nel 1855 risulta della superficie di 14 salme. Come si è detto, il nome deriva probabilmente dalla strada che portava a Cammarana. In essa erano impiantati giardini con diverse qualità di agrumi, cannavusa, vigne. Terre di gran valore perché irrigue e quindi fertilissime, erano assai appetibili. Subito dopo la fodnazione di Vittoria risultano suddivise tra la Corte di Modica, il barone di San Filippo, il duca di Palma don Carlo Tomasi e Caro, il barone don Domenico Arezzi di Ragusa e varie istituzioni religiose: la chiesa di San Francesco di Comiso, le chiese di San Giorgio e di San Teodoro di Ragusa Ibla, il convento di San Giuseppe di Modica, la chiesa di San Vito e stessa chiesa di San Giovanni.  Nel corso del Settecento la Contea o Corte di Modica o Real Patrimonio (dal 1702 al 1722 la Contea fu dominio diretto della Corona di Spagna) cedette gran parte delle terre della cava ai privati. Tra il 1714 ed il 1748 troviamo: l’Ill.e Principe di Lampedusa duca di Palma, don Antonino Butera di Comiso, don Pietro Paulo Montalbano di Comiso (da cui il nome alla contrada Montalbano), don Giacinto Ansaldo di Ragusa, don Antonino Profetto di Modica e finalmente i vittoriesi don Nicolò Catalano e don Modesto Mazza; tra le istituzioni religiose ancora la Chiesa Madre, la chiesa di San Vito, l’Oratorio di San Filippo Neri e il convento di San Francesco di Comiso, il convento di San Giuseppe di Modica, la Collegiata di San Giorgio di Ragusa (San Teodoro è sparito, dopo il terremoto). Come si vede, una grande frammentazione di proprietari, per sole 14 salme di terra…Ma per avere un’idea di come fosse la cava nel 1714, riporto parte di un documento relativo al sequestro delle terre appartenenti a don Giuseppe Garì: «In primis possiede una tenuta di terre chiamate Cannavate sotto acqua di salme quattro et altre salme otto di terre sopra acqua…
    E più possiede un giardino con salma una di terre coste con tummina quattro di terre chiamate Cannavate e con canneto nel territorio del Comiso e qontrata chiamata di Cammarana conf. con le terre sott’acqua del Monasterio di Santa Teresa del Comiso sotto titolo di San Gioseppe, con il fiume di Cammarana e via pp.ca…
    E più possiede salme due e tt.li otto di terre dette coste con canneto nel terr.o di q.a e q.ta di Cammarana conf.te con terre coste dell’eredi del qdm. don Francesco Castilletti terre coste dell’eredi del qdm don Gioacchino Taranto…
    E più possiede il cenzo proprietario di salme trentacinque formento che pagano ogn:anno l’emphiteuti eredi del qdm. barone don Nicolò Leni Celestre sopra un mulino olim del detto di Garì et a detto Patrimonio incorporato ex.nte nella cava di Cammarana confinante con il paratore di don Carmelo Giudice e via pp.ca…
    E più possiede onze otto di cenzo annuale proprietario  sopra due paratori concessi ad emphyteosim al qdm. Isidoro lo Giudice posti nel terr.o di questa e sudetta cava di Cammarana…»[9]. Mulini, paratori, giardini…sembra di rileggere la relazione di Paolo La Restia[10].
  8. Coste del Molino nuovo (il quarto mulino) Continuando, si incontrava la costruzione del quarto mulino, anch’esso divenuto necessario per la crescita della popolazione, raddoppiatasi rispetto al 1631. Fu costruito nel maggio 1666, quando fu messo all’asta «un certo luogo di mulino col salto d’acqua e con l’uso e l’esercizio del fiume chiamato di Cammarana esistente nel territorio di detta Terra di Vittoria in contrada della Cava di Cammarana, confinante con terre del Venerabile Convento di S. Francesco della Terra di Comiso, con terre del barone don Giov. Battista Domenico Areddia [errato per Arezzi], col fiume di detta Cava Cammarana ed altri]. Nel 1748, il terzo ed il quarto mulino davano nome ad un’unica contrada detta appunto “dei mulini”, su cui percepiva censi il  convento di San Francesco di Paola.
  9. Santa Rosalia (o il terzo mulino). Nulla sappiamo dei mulini e dei paratori cui si riferisce Paolo La Restia nella sua relazione del 30 marzo 1604. Ma dai documenti successivi (cui in seguito accenneremo) è possibile ricostruire la presenza nella valle di parecchi mulini che, sorti in regime di privativa del Conte di Modica, in seguito furono concessi a privati. Non essendo sufficienti i due mulini costruiti nel marzo 1607 ed operanti dal 1608, nel 1631, per far fronte alle crescenti esigenze della popolazione, fortemente accresciuta, ne fu costruito un terzo, nei pressi della chiesa rupestre di Santa Rosalia . Sulla costruzione di questo terzo mulino abbiamo un interessante documento: «Die 31 ultimo augusti xi Ind. 1631 Magister Vincentius Nobili di la Città di Ragusa ritrovatosi in questa Terra di Vittoria conosciuto a me notaro infrascritto…have promesso e promette et sollennimenti si have obligato et si obliga alli SS.ri Contatori Rationali del Patrimonio dell’Ecc.za del nostro Almirante Signore Conte di questo Stato e Contato di Modica Francisco Echelbez di natione spagnola et Scipione Celestre cittadino di la Città di Modica al presente ritrovatosi in questa predetta Terra di Vittoria…a costruirli et fabbricarli nel fiume di Cammarana sotto li roggi di questa predetta Terra vicino alla ecclesia antiqua di S.ta Rosolea un mulino con sua casa buttiglone [buttiglione], camiri, macino, scaricatore et altri cosi necessarij per fare et rendere un molino macinante et vicino dello molino anco farci et fabbricarci un reposto et una stalla con sua paglialora quali molino et stantij come sopra detto esso di Nobili have promesso et promette e si have obligato et obliga a detti Sig.ri M.ri R.li farli et fabbricarli bene magistralmente come conviene et conforme recerca l’arte a giorno et ad lenza di longezza largezza et altezza in questo [modo] cioè La casa di detto molino come di sopra construirse habbia et diggia essere di longezza di canne cinco et menza di larghezza canni tre et di altezza quanto seria necessario purché non sia meno di canni dui. Item che il buttiglone di detto molino habbia et diggia essere di petra forte bene assistato…»[11]. La contrada di Santa Rosalia, che nel 1714 risulta essere tutta del Real Patrimonio, nel 1748 è in parte anche della Cappella del SS.mo Cristo alla Colonna in San Vito.     
  10. Mendolilli (o Mandra della Lenza sin dal 1608), dove sorse nel 1916 il Campo di Concentramento, nei pressi delle cave cosiddette di Capitina. Nella zona fino al 1985 esisteva la vecchia discarica comunale;
  11. Cappellares o Gelati, dove sorge il cimitero;
  12. Nipitella. Nella contrada, che prende nome da una fragrante erba aromatica (nome scientifico nepeta nepetella), esiste ancora un’area pubblica, purtroppo abbandonata e in parte usurpata, adibita a Poligono di tiro a segno dal 1914. Si tratta di una striscia di terreno larga 20 m e lunga 330, con  un fabbricato con tre vani, del tutto abbandonato ma che dovrebbe essere recuperato alla proprietà pubblica[15]
  13. Colobria già Passo di Cammarana o di Camerina, che prende nome dal serpente chiamato natrice dal collare[16]. La contrada (in parte in territorio di Comiso e in parte di Vittoria risulta nei documenti con questo nome nel 1681 (con censi pagati al convento di San Francesco di Comiso), mentre con quello di Passo di Camarina, rinomata per i suoi giganteschi àlbani (pioppi), è nota nel 1643 (carte sulla costruzione del trappeto dello zucchero al Cannamellito). Nei primi anni ’80 vi fu costruito il depuratore. Nella zona spicca però un grande caseggiato, oggi appartenente a Salvatore Palmeri di Villalba, il quale così scrive: «Il caseggiato comprende o meglio comprendeva cantina e palmento, due stalle, una mannira, la casa dell’annaluoro, casa dei braccianti, magazzini e casette varie, oltre che naturalmente la casina con giardino falso pensile. Dico falso perche è ricavato sul fianco della collina anche se sembra che sotto vi siano dei magazzini. La campagna era rinomata per via del parco pieno di alberi e fiori chiamato Peschiera poiché vi erano due laghetti artificiali pieni di pesci, credo anguille e tinche. Barone lo cita nella sua storia e lo chiama l’Eden di Roccaddario»[17]. Colobria, in antico detta Passo di Cammarana, appartenne alla famiglia Schininà tra il Sette e l’Ottocento, poi nel 1847 Salvatore Jacono Roccadario la prese ad enfiteusi ed ampliò il caseggiato, in parte già esistente come si evince da una data scolpita in una mostra. Passata poi a Filipponeri Jacono Roccaddario, pervenne nelle mani del barone Salvatore Scrofani (sindaco di Vittoria dal 1925 al 1927) ed oggi  è proprietà dei suoi eredi Palmeri di Villalba. Segue poi la contrada:
  14. Torrevecchia. Nulla rimane della torre che dovette dare il nome alla contrada, che è in posizione strategica tra la media valle dell’Ippari e la parte finale della vallata stessa. A Torrevecchia si congiungevano alcune importanti vie: 
        a) quella che proveniva da Comiso ed attraversava tutta la valle fino a lambire le coste di Cappellares (dove oggi è il cimitero);
      b) la trazzera che uscendo dai Cappuccini proveniva da Vittoria verso la valle e a Cappellares si univano in un’unica:
    c) via che andava verso Castelluccio, Buffa, Salina e Cammarana (oggi “percorso principale” della vallata);
    d)un ramo proseguiva per San Silvestro e si congiungeva alla Comiso-Santa Croce Camerina. Queste antiche strade a Torrevecchia furono tutte congiunte da una bretella che mediante un ponte costruito nel 1836 scavalcava il fiume e metteva in contatto le due sponde e tutte queste strade tra di loro, in una zona dal ricco passato archeologico, probabilmente proprio per la sua posizione strategica. Nel periodo 1550-1654 a Torrevecchia furono concesse cinque partite di terra. Schubring fu il primo a dare notizie di reperti archeologici nella zona:
    «Ne’ dintorni di Vittoria, al dire degli abitanti, esistono diversi sepolcreti:
    1°Nella contrada Colobria, a due miglia verso libeccio, in un posto dove si trovano molti frammenti di vasi;
    2°Non molto lungi di lì sul fiume presso Torrevecchia». Più completo Pace, che così scrive:
    «Quando la colonizzazione greca, da Siracusa si sparse in questa regione, vediamo qua e là in tutta la valle dell’Ippari degli stanziamenti di elleni, simili a quelli che ritroviamo nell’ubertosa conca, nota sotto il nome di Colobria e Torrevecchia, a circa metà del corso del nostro fiume. In questo luogo ove ora esistono un paio di belle e grandi fattorie, si è rinvenuta una serie numerosa di tombe che vanno dai primissimi tempi greci, fino all’età romana. Fra i più antichi oggetti, va ricordato un gruppo di askói del sec. VII-VI, che ci svelano un piccolo nucleo di popolazione greca, forse anteriore alla fondazione di Camarina (599 a.C.), vera sentinella avanzata della penetrazione siracusana. Alcune tombe ivi scoperte tempo fa nelle terre del comm. G.B. Jacono, sono costituite da robusti lastroni, in modo da formare delle vere e proprie celle ipogeiche di buona età greca (IV sec. a.C.), come dimostrano i pochi oggetti che vi si son trovati. Fra essi noto una lucerna con rilievo d’una figura muliebre e un leone. Poco lungi dalle tombe si rinvenne un forno per terrecotte, con grande quantità di tegoloni rotti; la bellissima argilla di cui il luogo è ricco, alimentò quaggiù questa industria nell’età classica, come ai tempi nostri l’alimenta un po’ più in alto, fra le collinette della sponda sinistra» (Camarina, 1927). Purtroppo oggi il caseggiato Jacono è abbandonato e cadente.
    Nel Settecento pochi sono i vittoriesi proprietari di terre in questa zona. In gran parte sono comisani (Carnazza) e ragusani (baroni Battaglia), modicani (Porcelli) e di Terranova (Salonia), Ma già nella prima metà del Settecento, alcuni vittoriesi cominciano ad essere presenti in questa zona della valle, a cominciare dai Ricca: prima don Desiderio (che possiede la Picciuna), poi don Enrico e quindi i suoi eredi (discendenti del marchese Alfonso suo fratello). Poca cosa ma in seguito e sopratutto nella prima metà dell’Ottocento, gran parte della vallata sarà in mano delle famiglie Jacono e Pancari, che la strapperanno ad alcuni nobili assenteisti ragusani (Giampiccolo), palermitani (Principe di Santa Margherita e Fardella).
    A confine con Castelluccio, nel 1714 è registrata una contrada
    a)Giurgiulinara (oggi non più nota), appartenente ad un Arezzo di Ragusa;
  15. Castelluccio o Castelluzzo, a noi nota sin dal 1599, quando un tale Baldassaro Meli vi ricevette 18 salme a confine con terre di Gaspano Sammito, con altre terre a lui precedentemente concessegli dalla Contea, «eredi di Jacobo Amicuzo…terre di Corte e via pubblica». La via pubblica che andava a Cammarana era detta anche via della cava di gesso, che esisteva in contrada Buffa, ai piedi del Poggio Tremolazza. Ancora oggi vi esiste una strana costruzione ancora in buone condizioni (interpretata come mulino o mulino del riso, nella mappa IGM della zona definito ancora oggi come “ex molino”). La costruzione è una specie di torre quadrangolare, con una porticina in basso ed una finta finestra ad ogiva a metà altezza, costruita di fronte ad un caseggiato. Se tale costruzione avesse dato il nome alla contrada, essa sarebbe cinquecentesca ma ne ho trovato traccia nei riveli del 1748. Nel baglio sorgeva una chiesetta dedicata a Santa Maria della Concezione (con sepolture dal 1750): in discrete condizioni, sebbene adibita a magazzino. Dagli atti del Fondo Jacono, sappiamo che nel 1818 il dr. don Antonio Jacono ricevette in concessione enfiteutica l’ex feudo di Castelluccio dal principe di Santa Margherita don Francesco Paolo Palermo e Massa e che successivamente l’ex feudo fu affrancato da Jacono e diviso ai suoi eredi nel 1843. In seguito pervenne ai Modica di San Giovanni ed oggi appartiene alla Regione Siciliana. Per quanto riguarda la famiglia Palermo (presente a Scicli, ma anche a Palermo, Sciacca e Messina), ai primi del Settecento un suo esponente, don Giovanni Palermo, fu promosso da barone a principe e -come vedremo- possedeva anche la contrada Buffa. Nel 1855 l’ex feudo è misurato in salme 294. A confine con Castelluzzo e Buffa è la contrada:
  16. Buffitella (suddivisa in Grande e Piccola). Nel Settecento apparteneva all’abate don Michele Meli di Comiso, a donna Rosa Custureri e Catalano e al duca di San Filippo maritali nomine, poi nel 1801 pervenne nelle mani di don Gregorio Bertone (o Bortone o Importuni), trasferitosi a Vittoria  da Vizzini e nel 1855 risulta chiamata col suo nome. Nell’Ottocento vi si coltivava il riso. Seguono, a confine, le terre della:
  17. Buffa o Cava di gesso. Estesa 142 salme, apparteneva ancora alla Corte nel 1638 ed è citata nel documento di assegnazione del territorio a Vittoria nel 1639. L’importanza della contrada è testimoniata dal fatto che già nel 1608 esisteva la via che andava alla cava di gesso, ma la Buffa in seguito divenne nota anche per le coltivazioni di riso. Della contrada è traccia in un atto del 1678, in cui si afferma che il mercante Francesco Marangio (secreto nel 1674 ed assassinato nel 1677) vi possedeva «…una tenuta di terre con due casi…». In seguito pervenne nelle mani dei Palermo, che possedevano anche le terre della Cava Filippa (almeno fino al 1771), da cui passò probabilmente ai Fardella di Trapani che risultano possederla fino agli anni ’60 dell’Ottocento, quando risulta data  in enfiteusi metà ad Antonio Jacono, cosa per la quale si acuì lo scontro con i Pancari, nelle cui mani nel frattempo era pervenuta la Salina.
    Man mano che la valle si allarga, i toponimi si affastellano e mutano anche spesso. La contrada Marina, ad esempio assume varie denominazioni: Marina, Marina seu Brancato, Marina o Teresi, ma anche Teresi o Nicaso etc.. La contrada:
  18. Marina, fino al 1714 appartiene ancora alla Corte di Modica, poi nel 1801 appartiene al barone Guastella di Modica ma anche agli “eredi” di don Antonino Mandarà e cioè il marchese di Sant’Elia don Giovan Battista Schininà alla famiglia Ciano (al barone don Salvatore ed ai fratelli). Una parte della contrada, un tempo dei Brancato di Comiso ai primi del Seicento (era parte di Resiné), passata poi per matrimoni ai Di Marco di Vittoria, sempre per via matrimoniale era invece da tempo pervenuta nelle mani dei Capra di Mineo, avendo mantenuto il nome di Brancato, mentre il nome Teresi acquisito da altre terre della stessa contrada deriva dall’antico possesso, risalente almeno agli inizi del Seicento (se non prima), in capo al Monastero di Santa Teresa o Regina Celi di Comiso: le Teresi sono cioè le monache di Santa Teresa. Sui contrafforti alla destra del fiume, andando verso il mare, ecco la contrada:
  19. Salina (o Salina di Camerana). Nella contrada, che dovette assumere il nome dall’esistenza di una salina (di cui c’è traccia nei documenti dei primi del Quattrocento relativi ai Cabrera), furono assegnate terre nel 1550-1564. In seguito il banchiere genovese Nicolò Vassallo nel 1596 vi acquistò terre. Dell’esistenza di vigne abbiamo traccia in un atto di compravendita tra comisani del 1681, con censo pagato al dottor don Carlo Lena (o Leni, che abbiamo già incontrato). Fino al 1714 la contrada (con parte della palude) sembra appartenere ancora a comisani: tra essi don Gaspare Firrera (o Ferreri), mentre nel 1748 i censi venivano pagati all’abate don Giacomo Benenati di Caltagirone. A fine Settecento a Salina e Salinelle possiedono terre «il barone don Salvadore, don Giuseppe, donna Rosa fratelli e sorella di Ciano». In seguito, non sappiamo come (probabilmente a seguito della legge del 1824 sul pagamento dei debiti ai creditori da parte delle famiglie nobili indebitate), pervenne nelle mani di don Filippo Pancari, che l’avrebbe acquisita dal barone Giampiccolo di Ragusa. Estesa salme 178, in essa negli anni ’60 dell’Ottocento furono impiantate estese risaie da Filippo e Mario Pancari. Nella tenuta oggi sorge la grande villa Pancari (costruita tra la fine dell’Ottocento ed i primi del Novecento dall’arch. Sada), più volte set cinematografico per la serie del commissario Montalbano. Le case però sono più antiche, tanto è vero che vi esisteva la chiesetta di Santa Maria delle Grazie, dotata di una piccola cripta, con sepolture nel 1752 e 1765. Su un poggio che domina la spiaggia di Cammarana si erge, ormai in rovina, il Casino di caccia dei Pancari, anch’esso una volta in stile Liberty. Fino ai primi del Novecento, l’ultimo tratto della valle era una grande zona umida, apportatrice però di malaria, per la qual cosa la grande palude (o pantano o biviere) di Cammarana fu prosciugata completamente nel 1907.
  20. Pantano o palude o biviere di Cammarana. La palude nel 1714 risulta in possesso per metà al barone don Pietro Vassallo di Modica (che possiede anche il feudo di San Bartolomeo). Nel 1748 la palude risulta estesa 6 salme, cioè circa 18 ettari. Altri modicani insediati nell’area sono i baroni Russo che possiedono Niscescia (nota sin dal 1579 ed infeudata a fine Cinquecento a Paolo La Restia), mentre dal 1714 cominciano ad essere presenti anche i comisani Firrera (Ferreri), che vi possiedono anche Nicaso poi detto anche Teresi. Di fronte alla palude si estendeva:
  21. la chiusa di Cammarana (I.G.M. contrada Cammarana), fino agli anni ’60 coperta di dune; e poi:
  22. la ”forgia di Cammarana”, cioè la foce del fiume[18].

             

Box. La chiesa rupestre, la peste e il culto di Santa Rosalia a Vittoria.

«In onore di S. Rosalia, vergine palermitana, che aveva fatto cessare la peste del 1624, auspice la famiglia Terlato, fu costruita verso il 1701 nel fondo valle, vicino al corso del fiume Ippari, una chiesetta. Partendo dalla porta sussidiaria Ipparina si giungeva ai campi di verdure, irrigati dai canali laterali dell’Ippari, e molti fiori e ricchi doni erano recati a S. Rosalia in occasione delle periodiche pesti che affliggevano la popolazione. Trascurata perché troppo eccentrica, la chiesetta di S. Rosalia cominciò ad andare in rovina fino a diroccare completamente a causa dei terremoti. Mentre fino ad un ventennio fa [1930] esistevano ancora dei muri, oggi, a ricordare il posto esiste soltanto un tabernacolo». Così scriveva Giovanni Barone[12] nel 1950, parlando della chiesetta di Santa Rosalia, di cui ancor oggi esistono ruderi intagliati nella roccia. Le fonti di Barone furono Paternò (1877) e La China (1890). Per Paternò, come era avvenuto a Palermo, anche a Vittoria si era invocata la Vergine Palermitana in occasione delle ricorrenti pesti (1624, 1636 e 1672). Per la qual cosa «nei tempi posteriori si edificò una Chiesa prossima alla riva destra del fiume Ipparí» in onore della Santa. La data del 1701 fu ripresa da La China, secondo il quale inoltre -come abbiamo già visto- Santa Rosalia sarebbe stata la prima patrona della città, mentre San Giovanni lo sarebbe diventato solo dopo il 1693, per cui la Santa sarebbe stata definita “compatrona” nel 1734. Riassumendo  il culto di Santa Rosalia sarebbe stato diffuso a Vittoria dopo il 1624 e si sarebbe radicato dopo le pesti del 1636 e del 1672; la chiesa sarebbe stata costruita nel 1701; l’omaggio alla Santuzza sarebbe consistito in «molti fiori e ricchi doni», portati nella chiesa del fondovalle dai Vittoriesi. Questa la tradizione. Ma spesso i fatti smentiscono le tradizioni. Innanzi tutto quella della data di fondazione. Giuseppe La Barbera scrive infatti:

«La chiesetta esisteva già nel 1669 fuori le mura della città e fu lodata dal vescovo di Siracusa, monsignor Giovanni Antonio Capobianco, durante la sua visita pastorale. Essa aveva un prospetto molto semplice ad unico corpo con al centro il portale d’ingresso con stipiti lisci, architrave aggettante e piccole mensole e al di sopra una nicchia quadrata anch’essa con stipiti lisci. A destra della nicchia, sulla stessa linea, se ne apriva un’altra con arco a tutto sesto. L’interno della chiesa era ad unica navata che non doveva superare i sette metri di lunghezza e i quattro di larghezza; nella stessa roccia, che in parte fungeva da muro perimetrale, era ricavata una nicchia con arco a sesto acuto all’esterno e lobato all’interno, che esiste tuttora…». Ciò significa che i Terlato nel 1701 si limitarono a rinnovarne la facciata o forse a riparare i danni inferti dal tempo e dai terremoti alla chiesa antica, già certamente esistente prima del 1631[13]. Oggi sappiamo che il culto di Santa Rosalia fu imposto dalle autorità dell’epoca[14] e a Vittoria si affermò molto lentamente. Vittoria infatti non fu coinvolta nell’epidemia di peste del 1624-1626, se dobbiamo credere ai registri parrocchiali che complessivamente nel triennio attestano una mortalità annua media nella norma, pari a 70 defunti. Furono invece senza dubbio afflitti da elevata mortalità gli anni 1633-1636, 1646-1648 (in media 170 morti l’anno), 1670-1674 (361 in media l’anno): forse peste, carestia e di nuovo peste. Ciò senza dubbio rafforzò il culto della Santa, per il quale già nel bilancio del 1638 troviamo stanziate 4 onze. Ma che si trattasse di una festa imposta dall’alto è provato anche dalla scarsa propensione dei fedeli a chiamare Rosalia le loro figlie. Le prime Rosalia nascono nel corso degli anni Trenta del Seicento e si possono contare sulle dita, rispetto alle centinaia di Giovanni/a e Antonino/a, che attestano una grande devozione verso i rispettivi Santi. La proclamazione di Santa Rosalia come liberatrice dalla peste e patrona di Palermo, fatta nella solenne seduta del Parlamento del Regno di Sicilia nel luglio 1627, si concilia con la diffusione del culto durante gli anni Trenta anche a Vittoria e con lo stanziamento di 4 onze nel bilancio del 1638 per la festa di Santa Rosalia. Si concilia con le notizie riportate da La Barbera di una chiesa già ben ornata nel 1669 e con una strada già aperta che portava appunto alla contrada Santa Rosalia (da un documento del 1687 in mio possesso). Ma non si concilia con il contenuto di un documento pubblicato da Zarino e tratto dall’Archivio di Stato di Ragusa, risalente al 1631 e relativo alla costruzione del terzo mulino. Il contenuto del documento è inoppugnabile: esso attesta l’esistenza di una ecclesia antiqua di Santa Rosalia nel fondovalle, nei pressi di un canale (“roggi”) per l’irrigazione. A questo punto si crea un mistero: come poteva esistere una «chiesa antica di Santa Rosolea» se il suo culto sappiamo essere stato diffuso dopo il luglio 1627? In verità il culto di Santa Rosalia era diffuso in Sicilia anche prima del presunto rinvenimento delle sue spoglie durante la pestilenza e già nel corso del Cinquecento se ne erano cercati i resti sul Monte Pellegrino. Nella valle del fiume di Cammarana il culto poté arrivare per pietà di coltivatori del luogo o di viandanti, che nel loro cammino da Comiso a Cammarana dovettero utilizzare qualche residuo di chiesa rupestre (non per niente la zona è anche chiamata delle “timpe”), ritenendolo adatto al culto di Santa Rosalia, che aveva condotto vita eremitica (lo stesso forse avvenne a Ragusa, con la “ricostruzione” nel 1648 di una chiesa rurale di Santa Rosalia). Ma questa è una supposizione. Nessuna donazione risulta essere stata fatta alla chiesa, in cui però nel gennaio 1678 fu sepolto un uomo deceduto nei pressi. Mentre la chiesa rurale a poco a poco decadeva (forse anche perché si usava una nuova strada per andare a Scoglitti, lungo il ciglio della valle, attraverso le contrade Gerbe e Resiné), il culto di Santa Rosalia fu mantenuto all’interno della chiesa madre, nella cappella omonima fondata dalla famiglia Panascia, dotata di un’antica statua dorata e adornata di corona d’argento nel 1887 (La Barbera).

Nei documenti antichi compaiono i nomi di varie contrade, non tutte rilevate nelle mappe (tra esse Giardinelli, Pennati e Picciona). Nella mappa IGM subito dopo il mulino Caglia di Camera Aranci, il fiume lambisce le contrade:

 

 

 

NOTE

1] L’idronimo contiene la parola latina –amnis, fiume, a denotare ulteriormente la ricchezza idrica della zona.
2] [Rosario Flaccavento alias] Fulvio Stanganelli, Vicende storiche di Comiso antica e moderna, ristampa a cura del Rotary Club di Vittoria 2004.
3] Aldo Messina, Popolamento e trogloditismo in Val di Noto, in Le chiese rupestri del Val di Noto, Istituto Siciliano di Studi Bizantini e Neoellenici 1994.
4] F.S. Cavallari, in Archivio Storico Siciliano, nuova serie anno I, pag. 285.
5] Adolf Holm, Storia della Sicilia nell’antichità, 3 voll. rist. Arnaldo Forni Bologna, vol. I pag. 285.
6] Confina con terre dell’Orto del Crocifisso e vallone ove scorrono le scolature dell’acqua del Canale.
7]Confina con Orto del Crocifisso.

8]Così si legge nella donazione fatta da donna Anna leni al SS.mo Crocifisso: «…illam salmam unam terrarum ut dicitur sbadata chiamata la Costa del Canale ad eius fontana seu grutta a qua pluit aqua in dictis terris conf. cum consatorijs seu ciaramidarijs huius predicte Terre et alijs collateralibus eius dicte Terre alijs si qui sunt veriores. Illammet salmam terrarum dicte domine Anne legatam per quondam dominum Gabrielem Crespo eius primum virum vigore sui testamenti in actis notari Joseph Mandara die 17 aprilis 9a Ind. 1671 ad quem dictoque de Crespo concessam per ministros Patrimonij Ecc.mi Domini nostri Comitis huius Comitatus Mohac vigore suarum scripturis ad quas…».  
9]A Garì furono sequestrate anche «le coste lavorative ed incolte nel terr.o di questa e q.ta chiamata di Cappellares confinante col fego chiamato di Cappellares con il fego del Castelluccio e tenuta della Nipitella…».
10]«Da poi che V.S. mi trattao sopra il particolare della habitatione si pretendi fare per ordine della S.ra Duchessa in Bosco Chano, considerato io tutti li paesi, non si potrà fare in altro loco che a Grutti Alte, sopra li iardini di Cammarana, loco eminenti in lo centro di Bosco Piano vicino di lo Comiso quattro miglia et lontano dal mare da sei oi setti miglia curto e propinquo di l’aqua di xomari molini paraturi et iardini, in lo quali loco ch’ è anticaglia e dicono che in tempo fu casali et si alcuni altri veni per situarlo passiando tutti quelli lochi non si firmirà ad altra parti, per li tanti comodità e loco tanto comodo. Per fare detta habitatione non si havirano di pagare altro che quattro vignali di Comisani et perciò mi have parso in questo mio parire darni haviso a V.S. attalché volendosi scoprire questo pensiero, lo conferirà con li altri S.ri del Patrimonio et habiano l’ochio a detto loco et si ni informino; che volendosi fari, credo che renexerà tutto lo intento e con tal fine baxio a V.S. le mani con pregare N.ro S.re la felicità como desidera. Di Ragusa a di 30 marzo 1604.    Paulo La Restia».
11]Archivio di Stato di Ragusa sezione di Modica, vol. 141, lettera L, cc. 804r-806r. Notevole la descrizione delle parti di un mulino ad acqua…
12] Giovanni Barone, Storia di Vittoria, Interi 1950.
13] Sulla chiesa di Santa Rosalia, cfr. Vittorio Giovanni Rizzone e Cristina Alfieri, Le chiese rupestri di Vittoria, in Archivum Historicum Mothycense 11/2005, pagg. 57-72.
14] Paolo Monello, Vittoria ed il terremoto del 1693, Utopia 1993; Idem, Ira di Dio, paura e scienza…1995.
15] cfr. La Ferla, Il Campo di Concentramento
16]La natrice dal collare o biscia d’acqua, appartenente all’ordine degli Ofidi, famiglia Colubridi, è senza dubbio il colubro più diffuso in Italia. Sprovvisto di zanne e del tutto inoffensivo, misura circa un metro di lunghezza; le femmine sono molto più grosse dei maschi. La testa è abbastanza grossa, un po’ più larga verso la base, con muso corto e ottuso e la pupilla rotonda. Dietro la testa presenta un collare ben distinto, color giallo o arancione, seguito da due grandi macchie nere che si congiungono in mezzo al collo. Il dorso è color verde oliva, più o meno scuro, mentre il ventre è chiaro; i lati del corpo ed il ventre sono disseminati di macchie nere. Predilige le radure, le brughiere e la vicinanza dei punti d’acqua; la si può incontrare anche nelle pietraie e nei pressi delle acque salmastre degli estuari. Il suo rifugio consiste in un ceppo cavo, in una fenditura di roccia o in una vecchia tana di mammifero. E’ agilissima, riesce quasi sempre a sfuggire ai tentativi di cattura, ma anche chi riesce ad afferrarla lascerà presto la presa, dato che, sotto l’effetto della paura, emette una secrezione dall’odore assai sgradevole. E’ un serpente particolarmente vorace e, per la sua bocca estensibile, può inghiottire prede relativamente grosse. Agli anfibi, che rappresentano la parte essenziale della sua dieta, talvolta aggiunge lucertole, giovani uccelli, piccoli mammiferi e pesciolini.     
17]«…con laghetto artificiale, isoletta congiunta con ponticello, canali fra gli alberi ombrosi, filari di palme con osservatori aerei su di esse, cascatelle etc. (ora purtroppo trascurata)», in Giovanni Barone, Storia di Vittoria, pag. 216
18] Sulle vicende di Cammarana, cfr. Una storia semplice…vol. 108 delle mie pubblicazioni su kindle store di Amazon.it

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