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a) Scoglitti come borgata in Paternò

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La nascita di Scoglitti come borgata in Paternò.

Scoglitti come borgata viene costruita lentamente, nel corso degli ultimi tre secoli, attorno allo “scaro”, termine che indica un «tratto di spiaggia in leggera pendenza…per mettere in mare o tirare in secco le imbarcazioni»[1]. E visto che fino al 1583, a leggere Camiliani, la zona di Scoglitti è desertica ed esiste solo un sentiero percorso dalle guardie costiere, non ci può essere alcun dubbio che come scalo fu utilizzata solo dopo la fondazione di Vittoria.
Il barone Salvatore Paternò cercò di ricostruire nel cap. X delle sue Memorie Storiche del 1877 una breve storia di Scoglitti che, depurata di qualche imprecisione, si può così riassumere a grandi linee:

  1. in data imprecisata, approfittando del fatto che c’era «un punto di una certa  profondità, che giacea in mezzo ad alcuni scogli di piccola mole, e che offriva un passo più agevole per varare e tirare a terra i legni di piccola portata», vi fu creato uno scalo, chiamato di Scoglitti, con un posto sanitario in una capanna ed un custode. Non c’erano fabbriche ma capanne volgarmente dette pagliara;
  2. fondata Vittoria, i Giurati di essa sentirono il bisogno di costruire alcuni fabbricati al posto dei pagliara, per meglio organizzare i servizi sanitari, doganali e fiscali in favore del proprietario Conte di Modica;
  3. le terre contigue appartenevano alla famiglia Aristia e Trigona;
  4. la popolazione residente era assai scarsa «per effetto dei miasmi paludosi del Lago Salso e dell’acque stagnanti in quei luoghi bassi», cioè della palude di Cammarana;
  5. nel 1781 queste terre (cioè il feudo dell’Anguilla) pervennero nelle mani del Marchese Ferreri, tranne la superficie dello Scalo e il luogo dove sorgeva il ciaramiraro;
  6. in tempi posteriori il Marchese Ferreri estese il suo dominio anche alle terre a ridosso dello scalo e vi costruì magazzini ed una chiesa che prese il titolo della Madonna di Porto Salvo; Queste notizie debbono essere parzialmente corrette perché risulta:
    a. nel 1717 i Ferreri acquistarono il titolo di baroni dell’Anguilla;
    b. nel rivelo del 1748 risulta che già allora il barone don Bartolomeo Ferreri possedeva ben 10 magazzini attorno allo scaro. Riprendendo quanto scrive Paternò abbiamo che:
  7. il Marchese Ferreri esercitò abusivamente un «preteso diritto proibitivo di fabbricare… affermandosi essere il domino esclusivo di tutta la superficie e suolo comune dello Scalo»;
  8. «nell’epoca in cui il Barone Gioachino Ferreri elevato al titolo di Marchese divenne primo Ministro col portafolio della finanza di Sicilia [1814, n.d.a.] ed il Caporione del partito anticronico lo Scalo di Scoglitti soggiacque a tutti i soprusi feudali facendo sin’anco demolire[2] le capanne che gli abitanti ergeano come ricoveri provvisori»;
  9. a seguito dell’abolizione della feudalità nel 1812 e per gli effetti della leggi successive, «il cessato Governo nominò una commissione in Palermo liquidatrice di tutti i dritti di segrezia e pertinenze signorili», con un indennizzo «allorquando provenivano da acquisti…; ma senza indennizzo laddove la loro origine era feudale. Il Marchese Ferreri si presentò per sostenere essere il suo dritto proibitivo di potere fabbricare nello Scalo degli Scoglitti appoggiato al dritto di proprietà, ma la sua pretesa fu respinta per carenza di titolo», in quanto nell’atto del 1781 «l’ex feudo della Anguilla in se contiene i territori di Fossone, Selvaggio e strasatto di Berdia membri d’esso…» e confina con i territori di «Scaletta, Nixesa, Salina, Arcerito; e non era compreso in esso feudo lo Scalo degli Scoglitti colla linea della spiaggia di Camerana a Giafaglione, che al certo ne avrebbe dovuto far cenno». Anche in questo caso la notizia è parzialmente destituita di fondamento in quanto nei riveli del 1811-16 l’unico ad avere diritti sullo scaro di Scoglitti risulta ancora il Conte di Modica, dal quale, con l’abolizione della feudalità, i diritti passarono al Comune di Vittoria. Sempre secondo Paternò, fallito dunque il tentativo di Ferreri di ottenere un indennizzo su Scoglitti, cessò anche «il monopolio de’ magazzini avendoli il Marchese Ferreri dato ad enfiteusi» e Paternò si augura che «col tempo ne spariranno i canoni per la vigente legge dell’affrancazione e la costruzione dei fabbricati, già cominciato, avrà il suo incremento»[3].
    Questa dei magazzini dati in affitto è probabilmente l’unica notizia vera, perché fino al 1816 tali magazzini furono rivelati dal marchese Ferreri e di lì a poco furono gli Scrofani ad essere padroni di magazzini nello scaro, dopo il 1825 ceduti a loro volta in affitto a Benjamin Ingham.

Paternò, sebbene nella sua solita confusa maniera, accende le luci della storia di Scoglitti, facendone l’ennesima dimostrazione della lotta tra feudalesimo oscurantista ed usurpatore ed i nuovi tempi del Risorgimento liberale.

Scoglitti però aveva già un suo piccolo posto nella storia. Infatti, nel marzo 1790 vi era approdato sir John Coalt Hoare (passato da Vittoria); nel 1792 fu la volta dell’abate Paolo balsamo (che ne esaltò il commercio vinicolo con Malta); la notte del 19 aprile 1811, portatovi dallo scoppio di una improvvisa tempesta quando era già in vista di Malta, a Scoglitti approdò sir George Cockburn.

George Cockburn (1763-1847), irlandese, in servizio col grado di maggiore generale sotto il comando dí Sir John Stuart nello Stato Maggiore del corpo di spedizione inglese in Sicilia, nel 1810-11 viaggiò nell’isola in lungo ed in largo, scrivendo poi le sue impressioni nell’opera «Voyage to Cadiz and Gibraltar up the Mediterranean to Sicily and Malta in 1810 and ‘11, including a Description of Sicily and the Lipari Islands and an Excursion in Portugal», pubblicata a Londra e Dublino nel 1815 (cfr. Salvo Di Matteo, «Viaggiatori stranieri in Sicilia dagli Arabi alla seconda metà del XX secolo», Palermo 1999). Approfittando di una pausa dai suoi impegni militari, e dopo aver visitato Catania con l’ascensione dell’Etna che scalò fino alla cima, si recò a Siracusa, a Taormina, nelle isole Eolie, a Tindari, a Rometta, a Termini. Dopo la visita a Palermo -della quale riportò un’impressione magnifica-, si recò a Segesta e poi ad Alcamo. Da lì il 7 aprile 1811 raggiunse Trapani e poi Marsala, dove ebbe modo di visitare lo stabilimento Woodhouse e poi si recò a Mazara, Selinunte e Sciacca; da qui via mare raggiunse Agrigento (allora Girgenti), rimanendo incantato dalla vista dall’alto della Valle dei Templi, uno scenario che «gli parve che fosse più bello d’ogni altro grandioso spettacolo di paesaggio e di natura offertogli dall’isola, più dello Stretto di Messina, più delle vedute godute da Taormina». Il 17 aprile s’imbarcò su una cannoniera alla volta di Malta e quando già nel pomeriggio del 19 era in vista dell’isola, la nave si trovò all’improvviso nel pieno di una violenta tempesta ed il comandante preferì tornare indietro ed approdare a Scoglitti, che era l’attracco più vicino. Di questo suo passaggio a Scoglitti (e Vittoria) ci informa in particolare il dr. Giuseppe La Barbera nel suo breve saggio «Viaggiatori stranieri nella Contea di Modica in Archivum Historicum Mothycense», n. 15/2009, pagg. 55-70.

La cannoniera abbassò le vele ed i marinai usarono i remi per entrare nel porticciolo di Scoglitti, la cui imboccatura era «molto stretta e angusta, così che era quasi impossibile in quelle condizioni non colpirla. Riuscirono in qualche modo ad entrare ma urtarono contro le rocce sommerse lesionando gravemente l’imbarcazione». Nonostante il chiarimento che il vascello non proveniva dall’Africa né dalla Turchia ma da Girgenti e che pertanto non c’era pericolo di peste, i pescatori di Scoglitti tardarono a prestare loro aiuto. La nave era gravemente danneggiata e doveva essere trainata sulla spiaggia, ma le funi si ruppero e si rovesciò, con la perdita di parte del carico. Mentre i marinai montavano la guardia alle cose salvate, Cockburn trovò ricovero in una povera casetta, dove passò la notte. La tappa di Scoglitti non era prevista e nonostante la fredda accoglienza ricevuta Cockburn fu felice di aver potuto comprare sul posto un pollo e del buon pesce, mettendo di lato per una volta il rancio della cannoniera (biscotto durissimo, formaggio andato a male e carne immangiabile). Accompagnò il pasto con «il vino del paese, proveniente da Vittoria, di qualità “chiaretto”», che trovò molto buono. Così La Barbera riassume il passo del diario relativo a Scoglitti, che Cockburn chiama “La Scoglietta”, che «gli apparve a prima vista come un povero ed infelice villaggio di pescatori – una collezione di miserabili capanne e un infelice porto…ma contava sul commercio di contrabbando con Malta». Per l’ufficiale, era inspiegabile come potesse convivere tanta povertà e miseria con un commercio così vivace e positivo. C’erano due file di magazzini di grano, quantità di carbone e vino, e un grande magazzino di potassa. Nel porto, vi erano almeno trenta vascelli, tutti trainati a secco per poi essere lanciati di nuovo al largo con grande lavoro. Il luogo dove era situato questo villaggio presentava una varietà di piante, mirti, ed altri arbusti». In merito ai magazzini, ricordo ai lettori che sin dal 1748 almeno fino al 1816 appartenevano ai Ferreri di Comiso, mentre sul contrabbando con Malta (che durò per tutto il periodo borbonico) posso aggiungere che costituì fino agli anni ’50 dell’Ottocento una grossa fonte di entrata per alcune famiglie vittoriesi, fra cui un ramo degli Jacono.

Grazie al vice-console inglese venuto da Vittoria con alcuni falegnami, fu possibile riparare la cannoniera almeno per arrivare a Malta, dove poi sarebbe stata messa in condizioni di poter navigare in sicurezza. Essendoci però ancorate nello scalo numerose speronare (grossi battelli da carico maltesi, a vela e a remi) dirette a Malta, Cockburn ne approfittò per avere un passaggio la sera del 21, ma neanche questa volta poté raggiungere Malta a causa del vento che improvvisamente aveva cambiato direzione. E così il militare fu ben felice di rivedere la costa, dove sbarcarono alle 8 del mattino (forse a Caucana o Punta Secca), da dove arrivarono facilmente a La Scoglietta, otto miglia più in là. Gli uomini della cannoniera erano sulla spiaggia ad attenderlo. Il console si era comportato molto bene ed in pochi giorni la cannoniera sarebbe stata pronta. Quella sera invitò un frate francescano, che parlava bene il francese, e il vice-console, a bere una bottiglia di vino [il frate curava probabilmente la chiesetta di San Francesco di Paola, esistente sin dal 1736, costruzione dei  Ferreri]. Finalmente, il 25 aprile con un cavallo e una guida partì alle 8 del mattino per Vittoria, dove arrivò dopo le 10. «Vittoria – scriverà nel suo libro – è una città molto graziosa, con diverse chiese e conventi. La campagna era ben coltivata. Si produceva una considerevole quantità di vino, olio, soda e canapa. Il vino era una sorta di chiaretto di corpo robusto, molto buono, e una grande quantità di esso era esportata a Malta. Vi era anche un buon commercio di soda. La coltivazione di soda grezza era molto attiva, ma il grano non era buono. Il console supplente non era a casa e quindi ritornò presto per il pranzo a Scoglitti. A fine giornata il vento era buono per raggiungere Malta, così salpò presto in compagnia di due speronare. Poté finalmente raggiungere le isole maltesi, arrivando a Gozo alle 4 del pomeriggio. Da Malta tre settimane più tardi veleggiò alla volta di Lisbona». Così La Barbera.

Dopo Balsamo, anche Cockburn parla quindi di Vittoria, della sua vivacità economica, delle sue produzioni e della consistenza commerciale di Scoglitti. In merito alla qualità del vino, ignoro quale termine inglese il traduttore abbia reso con “chiaretto”, termine che forse è stato malamente inteso come “cerasuolo”: in verità Vittoria esportava a Malta vino nero o nerissimo, prodotto con uve Frappato e Calaurisi, mentre il “cerasuolo”, vino più leggero e meno alcoolico, era il nome dato appunto ai vini “scoloriti”, non riusciti perfettamente “neri” e diventò di moda solo alla fine dell’Ottocento, dopo la crisi della fillossera. Notevoli pure le notizie sulla produzione di soda (attestata nel rivelo del barone Giovan Battista Ricca del 1714) per la produzione del sapone e del vetro e della canapa della valle di Cammarana (le “Cannavate”). Insomma, anche da questa testimonianza emerge l’importanza commerciale ai primi dell’Ottocento di Vittoria e del suo scaro di Scoglitti, frequentato da barche di Trapani e Mazara già dal 1622, e punto di partenza per Malta.

 

 

NOTE

1]Vocabolario Siciliano, a c. di Piccitto e altri, IV vol. 1990
2] Barone dice che furono bruciate le case (pag. 220)
3] Quest’ultima considerazione sembra però scritta negli anni ’30 o ’40 e non nel 1877, quando almeno dal 1846  a Scoglitti si costruivano magazzini. In ogni caso nel 1850 don Ferdinando Jacono vi possedeva già due magazzini.

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