lunedì, Maggio 20Città di Vittoria
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Plaga Mesopotamium

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La “Plaga Mesopotamium” all’Arciarito, tra le valli dell’Ippari e del Dirillo. Le vie Elorina e Selinuntina.

Se la letteratura storica attesta l’esistenza in vita della città sul promontorio non oltre il I secolo d.C., i rinvenimenti archeologici ci dimostrano invece un minimo di attività portuale e comunque una ripresa di vita sul promontorio nel V-VI secolo dopo Cristo. Ma dalla conquista romana in poi, i piccoli insediamenti nella zona si erano moltiplicati, allineandosi lungo le principali vie. La parte della costa ad occidente di Camarina, detta Plaga Mesopotamium, era attraversata da due vie di transito nei due sensi: la strada Agrigento-Siracusa lungo la costa e quella montana Agrigento-Akrae (Selinuntina): lungo queste direttrici si erano addensati vari siti: stazioni carovaniere (come l’abitato del Cozzo Cicirello[1]), o veri e propri siti rurali (Pirrera, Casale, Codda, Pezza Grande, Pezzalestingo, Cipollazzo, Monello, Mazzarrone, Ragoleto), oppure antichi agglomerati e cittadine, come Bidis, a guardia di uno dei guadi più importanti dell’Acate (Pace, Di Stefano).

Sull’origine del toponimo Plaga Mesopotamium, riscontrato per la prima volta nell’Itinerarium Antonini (una raccolta di itinerari databile tra l’età di Caracalla e il IX secolo d.C.). Già Pace riteneva il nome una «denominazione colta e -diremmo- di origine cartografica». Lo storico R.J.A. Wilson ritiene che la stazione Mesopotamium andrebbe identificata con il tratto di costa tra Arciarito, Berdia Vecchia e Scoglitti, opinione condivisa da Giovanni Uggeri[2], che la pone senza dubbi all’Arciarito. La fascia costiera su cui oggi si estende Scoglitti da Cammarana fino alla cosiddetta Baia Dorica era attraversata in epoca greca dalla via Elorina che, nata per raggiugere Eloro da Siracusa fu poi prolungata lungo la costa meridionale per Camarina e Gela, venendo così a coincidere nell’ultimo tratto, ad ovest del Dirillo, con la via Selinuntina, che da Akre scendeva dagli Iblei e costeggiava la valle del Dirillo fino a mare e poi proseguiva lungo la costa per Akragas e Selinunte. Secondo la ricostruzione dello studioso, il tratto che ci interessa iniziava dalla plaga  Calvisiana, sul litorale sabbioso dei Macconi «passando davanti ai siti greci del colle Santa Lucia e del piccolo centro di Piano Rizzuto. Si raggiungeva e superava la foce del fiume Dirillo e si saliva sulla sua sinistra sul Piano del Pizzo del Dirillo, dove si staccava a oriente la strada interna per Siracusa [Selinuntina], che risaliva il fiume sulla sinistra; mentre la litoranea a partire dal bivio del Piano del Pizzo puntava a sud, mantenendosi sull’orlo del terrazzo costiero e fiancheggiando dall’interno il lungo cordone dunoso dei Macconi, fino all’Alcerito, dove abbiamo poche tracce d’una villa romana. Siamo a 12 miglia da Calvisiana e potremmo quindi ubicare qui la plaga Mesopotamio. Il toponimo non ricorre in altre fonti ed ha [un] aspetto di neologismo…Mesopotamio dovette sorgere…per ragioni economiche, in stretta connessione con l’esigenza di esportare il vino omonimo.

Poiché su questo litorale, una volta scomparse Gela e Camarina, mancavano dei centri urbani, la nuova stazione prese nome dalla peculiarità dell’ambiente geografico, che si stacca nettamente dalle zone limitrofe: a occidente le argille instabili plioceniche, a oriente l’alto tavolato calcareo. In mezzo, tra le valli del Dirillo e dell’Ippari, la piana di Vittoria, costituita da sabbie e conglomerati pleistocenici, si distingueva per le numerose fattorie e ville disseminate tra la lussureggiante vegetazione. La fama dei suoi vigneti ci è fatta conoscere dalle anfore di vinum Mesopotamium, che da qui sono state esportate nella fronteggiante Cartagine, ma anche a Pompei e persino in Svizzera (Vindonissa). Continuando sempre sul ciglio del terrazzo più alto affacciato sulla costa si toccavano i siti greci e romani della Berdia, di Lucarella, dell’Ancilla e della Niscescia. Si attraversava la necropoli settentrionale di Camarina da Scoglitti ai Macconi di Cammarana; quindi attraverso il quartiere portuale si giungeva alla foce dell’Ippari, l’antico Hipparis, dove in età imperiale era forse ritornata la palude».

 

 

NOTE

1]La necropoli di Cozzo Cicirello ci ha dato iscrizioni funerarie in greco e in latino che in parte dimostrano l’avvenuta cristianizzazione e in parte ancora attestano l’uso della lingua greca. I corredi delle sepolture si datano tra il II e il VI secolo d. C.. Al V-VI secolo appartiene la famosa epigrafe di Zoe, che testimonia un sincretismo pagano-cristiano assai interessante, oltre che l’influsso bizantino nello stesso nome Zoe. Così su di essa scrive Antonino Di Vita (Kokalos, VII, 1961): «Nei pressi della foce del Dirillo, a ridosso di una serie di bassi rilievi che si protendono sin quasi all’argine sinistro del fiume, in località Cozzo Cicirello, resistono gli avanzi di un abitato romano vivo dal I-II sec. d.C. fino ad almeno l’inoltrata età bizantina. Da una tomba facente parte delle necropoli di questo centro proviene l’epigrafe qui presentata. Essa fu rinvenuta nel 1958, durante lavori di motoaratura, da un contadino del luogo, certo Branciforte Giovanni, e fu recuperata da un gruppo di giovani della Pro Loco di Vittoria; si trova oggi all’Antiquarium di Ragusa (inv. 607)». Dopo aver descritto lo stato della lastra di calcarenite locale, lo studioso la data alla metà del VI secolo. Il testo (di grande importanza linguistica perché dimostra il grado di penetrazione del latino nelle campagne intorno al 550 d.C., in una zona prevalentemente ancora grecofona) è stato così interpretato: «Super locellum ube iaceo ego birgo nomine Zoe annorum quinque ianuarii mense VI adiurate per Deum et Inferos nemini liceat aperiat ceipatum. Vita salus». Cioè: «Su questo sepolcro dove giaccio io vergine di nome Zoe di anni 5 [morta] il 6 gennaio, giurate per Dio e gli Inferi che a nessuno sia permesso di aprire questa tomba. Vita salute». A parte le considerazioni linguistiche che altri hanno già fatto, l’iscrizione è assai indicativa della fusione di culti vecchi e nuovi nella nostra zona: il Dio del nuovo Cristianesimo e le divinità Infere della vecchia paganità (analogo il caso di Comiso). Fu il giovane Giovanni Uggeri a tentare di tradurre per primo l’iscrizione.

2]Giovanni Uggeri, La viabilità della Sicilia in età romana, Mario Congedo Editore

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