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e) Altri palazzi notevoli e il vecchio Teatro

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Altri palazzi notevoli e il vecchio teatro

Proseguendo lungo la via Cavour verso la piazza, si incontrano notevoli esempi di palazzi ottocenteschi, tra i quali, sulla sinistra (ang. dei Mille):

  1. ex palazzo Camilleri (costruito dopo il 1851 dagli eredi su botteghe di don Gregorio Camilleri), sede della Banca Popolare Cooperativa1 di Vittoria nel 1890, poi della banca Carfì-Linares. Nel Settecento risulta proprietà di donna Franca Nostrosi (proprietaria di terre al Capraro), figlia di una Lucchese (infatti il palazzo confina con palazzo Lucchese) che lasciò terre e case al nipote Camilleri, originario di Malta. Sulla destra;
  2. palazzo Mazza-Jacono, con locali a piano terra adibiti al Circolo dei Cacciatori “Antonio Jacono Rizzo”. L’edificio risulta citato nel grande rivelo del 1748, nei riveli del 1811-16 e nel catasto del 1851, di proprietà indivisa di numerosi esponenti della famiglia Mazza, risulta con botteghe e stanze al pianterreno, 18 stanze al primo piano (seppur variamente divise tra proprietari) e 4 al secondo piano. Secondo il prof. Alfredo Campo, «il palazzo Mazza-Iacono, in via Cavour 109, è una struttura architettonica tra le più antiche costruite a Vittoria (1703-1761); fu edificato da Arcangelo Mazza Toro, come risulta dalle ricerche storiche del Marchese dott. Salvatore Palmeri di Villalba. Il prospetto principale, che si apre in via Cavour, ha un interessante portale architettonico in pietrapece dai pilastri decorati con capitelli geometrici morbidamente modellati, contenenti un arco a tutto sesto, concluso da un balcone di particolare bellezza decorativa. Il settecentesco portale si eleva dal basso verso l’alto, concludendosi al primo piano in un finestrone coronato da un mistilineo frontone, il cui timpano contiene una convessa cartella ovoidale, rilevata obliquamente dal piano di fondo e avvolta da foglie d’acanto, festoni, volute flessuose e ondulate che, con altri inserti fogliacei e incisivi pendagli, inseriti nella cornice dell’apertura, impreziosiscono l’insieme. Le decorazioni interne, a cura di Vito Melodia e Salvatore Pirrone, sono sobrie nei colori, dinamiche nelle linee e abbelliscono i vari ambienti, articolando un percorso artistico dal Settecento al Liberty. Si può dedurre che l’insieme, arredato con raffinatezza e con conoscenza stilistica, è suggestivo e interessante. Il prospetto con l’imponente portale, dalla pregiata raffinatezza scultoreo-decorativa, magnifica il palazzo e si aggiunge, inconfutabilmente, agli altri eccezionali modelli architettonici del tardo Barocco ibleo». Segue, sulla destra:
  3. palazzo Pancari (oggi Calarco-Cilia). Già botteghe a pianterreno di don Mario Pancari poi ereditate da Filippo Pancari, che vi abitava col figlio Mario quando questi fu assassinato nel marzo 1871 nel Casino di Conversazione in via Garibaldi all’ang. con la via Bixio. Dal 1885 al 1889 vi fu aperto il convitto del prof. Chillemi, intitolato a “Vittorino da Feltre” (La China) e dagli anni ’60 fino agli anni ’90 fu sede del Pci di Vittoria. Segue il:
  4. Bar già Cocuzza negli anni ’30 del Novecento, poi Nissena;
  5. palazzo Marangio (botteghe Carfì nel 1851)
  6. egozio Farfalla (proprietà Benso poi Porcelli), per decenni sede decentrata prima del Pci (davanti vi si tenevano i comizi), poi del Pd. Oggi è negozio;
  7. farmacia Jacono ex Bertone a pianterreno (bottega di don Giuseppe Jacono nel 1851).

***

A confine con il grande palazzo Mazza-Jacono, ai numeri 121-125, dove oggi è allocato uno studio legale, anticamente sorgeva il Teatro. Nuovi documenti ci confermano che esso era già stato creato nel settembre 1814 e vi funzionò probabilmente fino agli anni ’60. Già nel 1819 la strada Sesta divenne la “via del Teatro”, segno che la struttura già funzionava alla grande, dando a Vittoria il primato dell’esistenza di un teatro comunale mentre altrove i teatrini erano solo nei palazzi nobiliari. I due magazzini in cui fu realizzato, appartenenti all’Opera di San Giovanni, erano stati presi in affitto dall’Università (il Comune dell’epoca) per l’ammasso del grano nel 1807 ed in seguito utilizzati anche come armeria (siamo negli anni ’10 dell’Ottocento, con la presenza degli Inglesi in Sicilia al tempo delle guerre napoleoniche). È interessante conoscerne la storia e la probabile conformazione.

I documenti dell’Archivio Storico Comunale relativi alla vendita del fabbricato nel 1877 (da me consultati nel 1999 per l’elaborazione del saggio sulla storia del teatro comunale) ci dànno anche un’idea della sua consistenza. L’edificio, assai malridotto, «giacché non consiste che in quattro mura crollanti ed un tetto fradicio», aveva certo visto tempi migliori. Le stime fattene fare dal sindaco Giombattista Jacono nel 1870 a cura dell’architetto Francesco Platania e nel 1871dall’architetto Federico Di Franco, ci consentono di immaginarlo, in qualche modo. Le due stime variano di poco. Il Platania, che lo dice confinante «con casa palazzata di don Pietro Carfì, casa di don Clemente Mazzone ed altri», stabilisce un prezzo a base d’asta di 4.598 lire e 12 centesimi. La fabbrica «in calce» ha una lunghezza di 21 metri, un’altezza di 6, una larghezza della facciata di metri 8, per una superficie complessiva di 168 mq. All’interno c’era un ingresso (definito «portico in pietra da taglio» della superficie di 12 mq, con una porta in legno. Due archi «di intaglio» sostenevano 21 travi di legno, con una tettoia di canne e tegole per rivestimento. I palchetti costruiti in gesso occupavano 48 mq..Più attento alle misure è l’architetto Di Franco, da cui apprendiamo che la pietra usata per l’intaglio della porta d’ingresso proveniva dalla cava Mandarà (Orto di don Orazio), mentre i tre archi (due per Platania) erano «di pietra da taglio di Capitina». Dall’esterno si entrava in un piccolo ambiente, separato dalla platea vera e propria da «un muretto con malta di gesso», della larghezza di 7 metri e dell’altezza di 4 metri, con un’apertura recante un’«imposta a due battenti». Il pavimento della platea era di lastre di pietra pece2, con una superficie di 90 mq. Combinando le misure delle due stime abbiamo: 12 metri quadrati di ingresso, 90 metri di platea, 48 mq. per i due palchetti, restano solo 20 mq. circa per il palcoscenico in legno (circa 7 metri per 3). Sufficiente, considerando anche che doveva contenere qualche separé da usare come camerino o spogliatoio e le scene. Dalla sommaria descrizione la costruzione appare tipica del tardo Seicento, per l’uso degli archi in pietra (uno a ornamento e sostegno della porta esterna e due all’interno a sostenere la volta), tutti in pietra della cava Mandarà (di cui il Comune aveva sin dall’inizio il diritto saxandi, secondo Paternò), e di Capitina, mentre il pavimento di pietra pece, ultimo di una serie di rifacimenti, fu installato nel 1851. Con grande probabilità, al magazzino e alle botteghe si riferisce un atto rogato dal notaio Biagio Cannizzo il 31 agosto 1674, da me reperito tra i documenti pervenutimi in microfilm dall’Archivio di Stato di Palermo (Deputazione del Regno, busta 1300), e che confermerebbe quindi la datazione del vecchio edificio del teatro alla seconda metà del Seicento (vedi box). Il teatro sin dagli anni ’30 dell’Ottocento, ospitò numerose compagnie, ed una bella messa in scena della Norma di Bellini nel 1835.

Ritornando alla stima per la vendita fatta nel 1870, la valutazione per la base d’asta dal Di Franco fu fissata a lire 5.309 e centesimi 14. L’edificio fu quindi messo all’asta nel marzo 1877. Ad essa parteciparono Pietro Carfì (confinante), Giovanni Samperisi, Mariano Molé, il notaio Giombattista Mazzone fu Clemente (confinante), Filippo Scifo. Il vecchio teatro fu aggiudicato al migliore offerente per £. 15.010 e trasferito in proprietà il 20 maggio 1877, notaio Federico De Pasquale, dal sindaco Giovanni Leni Spadafora a don Mariano Molé, possidente, nato in Chiaramonte, domiciliato e residente in Vittoria. Il quale poco dopo dovette rivenderlo o affittarlo, previa ristrutturazione, a quel tale Montemagno, che ne risulta proprietario nel 1890.

Box.Atto del 31 agosto 1674 (notaio Biagio Cannizzo).

«Die trigesimoprimo, seu ultimo Augusti 12e Ind. Mill.mo sexc.mo sept.mo quarto.

Notum facimus et testamur quod don Antoninus Laurifici oriundus civitatis Modice et ad presens per ductionem uxoris habitator huius Terre Victorie mihi notaro cognitocoram nobis ad hec [sic] deveniens uti maritus et legitimus administrator domine Francisce Indovina eius uxoris…vendidit, et alienavit, ac vendit et alienat tituloque et causa huiusmodi venditionis, et alienationis, et omni alio meliori nomine…reverendo sacerdoti don Andreae Indovina eius avunculo huius predicte terre…et mihi cognito presenti stipulanti, et n.ne prout infra ementi: duo horrea insimul coniuncta vt. unum magnum et alterum parvum et illa casalena collateralia cum lapidibus de rustico in casalenis predictis existentibus sita et posita in hac predicta terra in q.rio Dive Marie Gratiarum qonfinantia cum domibus massari Vincentij Sinatra olim quondam sacerdotis don Joseph Mallo, semitis publicis, et alijs.

Pro pretio unciarum centum ponderis generalis de pacto inter eos pactitato, et accordato nulla extimatione precedente ut dicunt inter se, quas quidem uncias centum dictus de Laurifici venditor dictis nominibus dicit et fatetur habere et recipere a dicto de Indovina emptore stipulante et solvente in pecunia ponderis generali de p.ti infrascriptis etc….

Declarando per lo presente lo detto sac. don Andrea Indovina compratore li detti dui magazeni et casaleni per esso dal detto di Laurifici come sopra comprati quelli havere comprato per conto, et servitio, et a nome della Venerabile Chiesa Matrice di questa predetta Terra sotto titulo di San Giovanni Battista, io notaro per essa stipulando, e questo per sua gran devotione che sempre ha portato e de presenti porta alla detta Matrice Chiesa come tempio sacro di sua Divina Maestà, ad patto che li procuratori di detta Chiesa Matrice presenti e per l’avvenire saranno.. habbiano et debbiano ogn’anno gabellare li ditti dui magazeni al plus offerente, et del loghero che ogn’anno pervenira di detti dui magazeni detti Procuratori siano tenuti et obligati spenderlo, et applicarlo in agiuto dell’espensione della festivià d’ogn’anno del Glorioso San Giovanni Battista nostro Protettore, et li detti casaleni e fabriche congionti alli ditti magazeni detto Indovina in vista del presente have concesso e concede alli detti Procuratori tanto presenti quanto futuri per l’havenire authorita, et potesta di potere tanto li detti casaleni quanto le dette fabriche congionti a detti magazeni vendere et alienare sicome in vertù del presente esso d’Indovina obliga a detti Procuratori presenti e futuri a vendere li detti casaleni e fabriche congionti a detti magazeni alle persone che vorranno comprarli per lo prezzo quanto saranno stimati tanto per contanti quanto a tempo o parte contanti, e parte a tempo come meglio potranno convenire, et al prezzo di quelli detti Procuratori l’habbiano et debbiano spendere et applicare per la doratina del organo di detta Matrice Chiesa al suo tempo quando ci sarà dispositione di dorare detto organo, la qual vendita di detti casaleni, et fabriche congionti a detti magazeni detti Procuratori che in quel tempo saranno lo possono, e debbiano fare senza expressa licenza dell’Ill.mo signor Vescovo siracusano, o di sua Beatitudine, et non altrimenti n‚ d’altro modo».

(Archivio di Stato di Palermo. Deputazione del Regno, Riveli del 1682. Atti notarili 1653-1682).

 

 

NOTE

1] Diretta allora da don Franco Scrofani-Ciarcià, grande collaboratore di Rosario Cancellieri e più volte assessore comunale.
2] Caratteristico rivestimento delle case per tutto l’Ottocento, estratte dalle cave di pece di Ragusa.

 

 

 

 

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