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La Basilica di San Giovanni

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La basilica di San Giovanni Battista o Chiesa Madre.

Ma veniamo ora alla basilica di San Giovanni Battista, alla cui costruzione Giuseppe la Barbera ha dedicato parecchi saggi1. Da quel che scrive lo studioso, coloro che curarono la costruzione della nuova chiesa furono il parroco don Mario La Lisa, i vicarii foranei don Francesco Battaglia, l’abate don Desiderio Ricca (poi arciprete di Terranova dal 1709 e quindi di Vittoria dal 1715) e don Francesco Molé (poi Commissario dell’Inquisizione e costruttore del Collegio di Maria a San Biagio nel 1732).
Tra questi però, don Desiderio Ricca (fratello del barone don Giovan Battista e zio del più famoso arciprete don Errico Ricca) è immortalato con una stampa recante il disegno della facciata della nuova chiesa nel quadro custodito nella Galleria dei Parroci e degli Arcipreti: segno che a lui si riconobbe il maggior merito del completamento o che così lui stesso volle essere raffigurato. L’impianto della nuova chiesa -a croce latina- riflette probabilmente quello della Matrice antica. Se ignoriamo chi ne disegnò il progetto, non ignoriamo il nome dei mastri muratori che lo realizzarono. Tra di essi Pietro Buscarino, Simone Gallia, Erasmo Rustico, Placido Caschetto, Giorgio Dinaro, Giombattista Carrubba, Domenico Rizza e Domenico Prima (La Barbera).

I lavori di costruzione durarono a lungo, a causa delle difficoltà finanziarie. La chiesa fu comunque completata nelle sue strutture fondamentali il 18 luglio 1706, quando nell’arco della porta maggiore fu posta la lapide recante Mater Ecclesia a populo constructa2, ma rimase rustica al suo interno e fu abbellita a poco a poco e solo ai primi del Novecento poté dirsi completata. Si cominciò subito con gli arredi e a questo proposito La Barbera pubblica la notizia della realizzazione di tre confessionali pagati dall’Università e realizzati da mastro Giuseppe Cassisi. Si trattò però di un’opera collettiva, realizzata con «larghe elemosine di denari, frumenti, orzi, canape, lane, lino, pane, seta, olio, mosti, vino, tela, zagarelle, uova, galline, galluzzi, bestiame (bovina e pecorina), cannabusa, argento, pennagli, bottoni d’oro, legni e altro. E tutto questo popolo, ecclesiastici nobili e plebei con pietà singolare oltre le elemosine date per la detta Chiesa Madre ha concorso a trasportare pietre e a cavar terra»3: un’opera veramente corale, costata 50 anni di fatiche e ben 20.000 scudi, pari a 8.000 onze, di cui 6.0004 erano state spese nell’interno, come si legge in un documento del 1743. La chiesa fu consacrata il 16 maggio 1734 dal vescovo Trigona, come leggiamo nell’iscrizione a sinistra del portone d’ingresso5. Don Mario La Lisa non visse tanto, perché morì nel 1715 ed il completamento dell’opera fu assicurato dal nuovo parroco, promosso ad arciprete, don Desiderio Ricca (1715-1730) e dal nipote don Errico Ricca (1731-1784), al quale però si deve l’elevazione della chiesa a Basilica filiale di Santa Maria Maggiore a Roma (1750), con le stesse indulgenze che si potevano avere facendo il pellegrinaggio nella Basilica romana6.

L’aspetto attuale, con la caratteristica cupola moresca fu però raggiunto solo nel 1854, quando fu ultimata l’opera iniziata nel 1850, su progetto dell’arch. Giuseppe Di Bartolo Morselli da Terranova (1815-1865), cui in seguito sarebbe stato affidato il progetto del nuovo teatro. Scrive il prof. Alfredo Campo: «Il prospetto presenta una struttura piana, realizzata con “tabbia” locale di intaglio7, composto da tre piani sovrapposti, dinamicizzato e incorniciato da lesene con capitelli dorici, ionici e corinzi. La chiesa è rialzata da una gradinata larga quasi quanto tutta la facciata, con tre portali, di cui quello centrale ad arco centrico, sormontato da stemma. Il primo ordine della facciata offre una chiara e interessante testimonianza architettonica, dai caratteri tipicamente secenteschi (caso molto raro in Sicilia nelle costruzioni dopo il terremoto del 1693), che fa pensare…ad una realizzazione propositivamente legata allo stile tardo-rinascimentale e manieristico, dai timpani spezzati agli stemmi elaborati e a tutta quella trattazione bizzarra plastico-decorativa dei festoni con coppie di putti e ghirlande di frutta e di maschere di estrosa e particolare espressione artistica, come è sostenuto anche dallo studioso prof. Paolo Nifosì». In questo piano tripartito, nel primo si aprono i tre portali, di cui quello centrale è molto più grande degli altri due, con una chiusura ad arco a pieno centro sormontato dallo stemma in cui è scritto «Mater Ecclesia a populo constructa 1706», di cui si è già detto. Le porte in legno furono fatte nel 1732 dallo scultore chiaramontano Benedetto Cultraro (Campo).

Al centro si apre un’ampia finestra rettangolare chiusa in alto da un timpano arcuato, sotto la quale è scolpita la dedica «I.nis Bap.ae», cioè di Giovanni Battista. Il secondo piano, la torre campanaria, continua la parte sottostante e presenta al centro una finestra da cui si vede la campana maggiore8 (oggi ornata da una vetrata opera del prof. Arturo Barbabnte, che raffigura il battesimo di Gesù da parte del Battista), con balaustra chiusa da un timpano arcuato spezzato fiancheggiato da due finti orologi. Un timpano con un oculo centrale e due sculture ornamentali completano la torre campanaria, di forma rettangolare. Sopra il portale di destra incorniciato da una scultura a motivi floreali spicca, in basso rilievo, un piatto su cui è posta la testa del Battista. La parte superiore è raccordata a quella inferiore con due contrafforti arcuati dietro i quali si innalzano, uno per lato, due cupolini poggiati su un alto tamburo a pianta ottagonale (in quello di sinistra un tempo era posto un orologio). All’incrocio tra le navate ed il transetto si eleva la cupola, che poggia su un tamburo traforato da otto finestre, alternate da sedici colonne classiche all’esterno e 16 lesene all’interno, conclusa dalla lanterna e completata da una pigna che si eleva al cielo.

Passiamo ora ad una sintetica descrizione del monumento. L’interno è a croce latina, suddiviso in tre navate da un doppio colonnato corinzio, con decorazione con motivi floreali realizzata nel 1877 da Carmelo Guglielmino di Catania per gli stucchi e da Giovanni Tanasi di Palazzolo Acreide per le dorature. Il pavimento fu completato nel 1882 dal catanese Giuseppe Biondi (tranne quello dell’altare maggiore). Ogni navata ha cinque altari. Sopra l’ingresso, in alto, statue in stucco e torre centrale fatte da Giuseppe Sesta di Comiso nel 1877, con sottostante iscrizione datata 1753, che reca: «Magna erit gloria domus istius plus quam primae, dicit Dominus Exercituum; et in loco isto dabo pacem, dicit Dominus Exercituum – Aggaeus cap. II. V-X».
Una grande aquila con la torre sul petto, e cioè lo stemma di Vittoria, datata 1886 (con cornucopie da cui trabocca l’uva), orna l’arco della navata di sinistra.

Entrando dal portone centrale, nel vestibolo sotto la torre campanaria abbiamo a sinistra il mausoleo di Federico Ricca (1803-1880), dei marchesi di Tettamanzi e baroni di Villamarina, opera di Benedetto Civiletti del 18879 e prima sistemata nei pressi del monumento funerario del marchese don Salvatore Ricca (Palmeri). Sulla a destra è il mausoleo in marmo di Mario Pancari Leni10 (1842-1871), opera dello scultore Benedetto Delisi (1831-1875), del 1875. L’opera fu voluta dal padre Filippo, dopo che il figlio era stato assassinato nel 187111. Proseguendo, lungo la navata centrale, a sinistra si trovano il pulpito in legno riccamente decorato realizzato da mastro Carmelo d’Asta (1740-??) mentre «la testa del Decollato, la Raggiera, nel cui centro trovasi rilevato l’agnello di Dio, e la grand’Aquila che sostiene il pulpito, non appartengono al lavoro di Carmelo D’Asta, essendovi stati aggiunti nel 1882 da altra mano perita, in occasione della doratura del Pergamo» (La China) ed un organo realizzato dal sac. Donato Del Piano (1704-1785) nel 1748, autore dell’organo di San Nicolò l’Arena a Catania (La Barbera). La “Ninfa” grande, o lampadario, fu costruito nel 1850 da Giuseppe Vitrano, di Palermo.

***

Cominciando dalla navata sinistra, dopo l’acquasantiera, si susseguono:

  1. altare dell’Addolorata (nel 1750 dedicato a San Francesco di Sales e a San Carlo Borromeo). Un tempo patronato della famiglia Paternò, è particolarmente ricco di decorazioni floreali dorate, tipiche del Barocco. In pietra, con due angeli, contiene:
    a) un grande reliquiario in legno e stucco dorati per le decine di reliquie di santi portate da don Enrico Ricca nel 1777;
    b) una tela dell’Addolorata di Domenico Provenzani, del 1885;
    c) due bambini in cera, che contengono reliquie di Santa Vittoria, San Vittorio e San Vincenzo. Per la sua profondità, quest’altare fuoriesce all’esterno, creando una piccola abside.
  2. altare di Santa Barbara (stessa dedicazione nel 1750). Patrocinato sin dal 1690 nell’antica chiesa da parte della famiglia Puglia, l’altare è in marmo policromo lavorato ad intarsio e con al centro
    a) un bassorilievo in marmo bianco e parti dorate aventi per soggetto la Natività;
    b) tela del modicano Stefano Ragazzi del 1759, dedicata a Santa Barbara raffigurata con una palma nella mano sinistra ed una pisside nella destra, con paesaggio marino e una torre;
    c) un Gesù Bambino in gesso è in una teca di vetro. Segue la porta detta di Custureri.
  3. altare di Santa Rosalia (nel 1750 a Santa Rosalia e a San Giuseppe). Patrocinato dalla famiglia Panascia o Panagia, reca una
    a) statua di Santa Rosalia inginocchiata, dentro una nicchia coperta da vetrata. La statua è del XVIII secolo e fu indorata da Paolo Cappellani [non Castellani] nel 1887.
    Dopo l’altare, si apre una porta laterale sulla via Carlo Alberto. Da La China apprendiamo che questa era detta porta Custureri, perché dava sulla via su cui si stendeva l’isolato appartenente ai Custureri.
  4. altare di San Giacomo (allo stesso Apostolo nel 1750). Edificato da Giacomo Giudice nel 1723, è decorato da colonne tortili che fiancheggiano la nicchia in cui è custodita:
    a) statua di San Giacomo. Ai lati delle colonne sono poste:
    b) due piccole statue: della Madonna a sinistra, di San Giovanni a destra, sormontate da
    c) due medaglioni raffiguranti volti rispettivamente di Gesù e di Maria. Sulla parete laterale di destra si trova un piccolo monumento funebre di Giacomo Giudice con l’iscrizione «Iacobus Giudice minimus hominum fieri fecit». Il sarcofago, su cui spicca un medaglione con ritratto, è sorretto da due leoni in pietra scolpiti a tutto tondo. Oggi l’altare è dedicato anche a Santa Lucia, di cui è visibile la relativa
    d) statua di Santa Lucia, portata da San Vito.
  5. altare dell’Immacolata (alla stessa nel 1750). Il piano dell’altare, costruito da mastro Carmelo Cultraro (1684-??) e a spese di Giacomo Giangreco12, è sorretto da due cariatidi a forma di angeli. Nella nicchia, affiancata da tre colonne per lato, tutte riccamente decorate, è
    a) la statua dell’Immacolata, in marmo13, attribuibile a Leonardo Coculla o Cuculla di Trapani14. Sulle alte trabeazioni delle colonne sono poste le statue in stucco degli apostoli Pietro e Paolo.
    Accanto all’Immacolata, nel transetto:
  6. altare del Santissimo Crocifisso (stessa dedicazione nel 1750), costruito secondo Palmeri da mastro Carmelo Cultraro, con:
    a) statua del Santissimo Crocifisso, in legno, collocata su un fondale dipinto. Accanto, sotto la volta dipinta del transetto è la tomba di Mons. Ferdinando Ricca (1880-1947), vescovo di Trapani. La lapide è in marmo policromo con i simboli dei quattro Evangelisti, ad intarsio e in alto, al centro, lo stemma coronato del leone rampante. Nella volta del transetto sono:
    a) il Non licet del Battista contro Erode, dipinto del pittore Emanuele Catanese di Terranova, del 1861;
    b) dipinto raffigurante l’Ultima Cena, opera di Giuseppe Mazzone (1838-1880), del 1860, ispirato probabilmente all’affresco di Leonardo da Vinci.
    Nei pennacchi della cupola,
    a) i quattro Evangelisti e i loro simboli (San Matteo e l’angelo; San Giovanni e l’aquila; San Luca ed il vitello; San Marco ed il leone), opera di Giuseppe Mazzone. San Giovanni e San Matteo si scrostarono e furono rifatti nel 1884 da Domenico Provenzani, di Palma di Montechiaro.
    A fianco dell’Altare Maggiore si aprono due cappelle: quella del SS.mo Crocifisso (a sinistra) e quella del Santissimo Sacramento (a destra, più piccola).
    a) Cappella del SS.mo Crocifisso (con l’ingresso da una porta, accanto alla quale esisteva un altare dedicato al SS.mo Salvatore nel 1750). Già Oratorio15 della Congregazione del SS.mo Crocifisso dal 1706 al 1966, il suo impianto architettonico si presenta con ampie pareti lisce prive di ornamento, in contrasto con il resto della chiesa. Sulle pareti laterali sono poste sei statue in stucco raffiguranti le virtù (Temperanza, Prudenza, Fortezza, Penitenza, Giustizia, Mansuetudine, Obbedienza e Sapienza), mentre la parete di fondo su cui si apre un grande altare è ornata con colonne tortili, statue e finte architetture dipinte con grandi effetti chiaroscurali e prospettici16. Al centro si inserisce una grande pala d’altare (m. 2×3,10) raffigurante:
    a) la Deposizione17, del 1725, sotto la quale si può ammirare un ricco altare in legno dorato (la cui parte inferiore, originariamente in marmo, fu rifatta dal ragusano Salvatore Guarino nel 1965: ma è quello che si trova oggi al Museo Diocesano?). Per Campo è la trasposizione a rovescio di un’analoga opera di Daniele da Volterra (1541-1545, oggi nella chiesa di Santa Trinità dei Monti a Roma). La cappella ha la volta a botte, decorata a suo tempo a stucchi con sei grandi medaglioni affrescati da Vito D’Anna (??-??), di cui si è salvato solo quello raffigurante l’Ascensione. In due armadi a muro, la cappella custodisce la statua in cartapesta (probabilmente proveniente da una bottega artigiana di Licodia) del Cristo Crocifisso e la statua in legno dell’Addolorata, entrambe usate il Venerdì Santo per la Sacra Rappresentazione18.
    b) Il presbiterio e l’Altare Maggiore. Il presbiterio, rialzato rispetto al piano della chiesa, ha una bella balaustra in marmo policromo. Il pavimento dell’Altare Maggiore, del primo decennio dell’Ottocento, è in marmo policromo, realizzato ex voto dai proprietari delle vigne del Dirillo, con un prezioso intarsio raffigurante vasi prima con grappoli d’uva secchi (1798) e poi rigogliosi (1801), a rappresentare la distruzione e la ripresa dei vigneti di Dirillo, divorati dal morbo nero. Tra i due vasi, un’aquila con l’Agnello di Dio sul petto. Al di sotto, in una cripta scavata nella roccia (Palmeri), si apre il sepolcro dei sacerdoti, dove furono sepolti numerosi sacerdoti, fra cui don Enrico Ricca, uno dei costruttori della chiesa settecentesca. Le pareti dell’abside sono occupate dal coro ligneo, con 30 stalli, costruito nel 1890 da Emanuele Poidomani. In fondo all’abside: l’Altare Maggiore, un monumentale altare in marmo rosso Sant’Agata, con l’immagine della Madonna e del Bambino (uguale all’immagine detta Salus Populi Romani) e di San Giovanni in alto. La costruzione fu opera di don Domenico Privitera, di Catania e costò più di 1000 onze. Nella volta, una Decollazione del Battista, del pittore sac. Gaetano Di Stefano di Chiaramonte Gulfi, del 1859. La statua di San Giovanni19, di autore ignoto, è in legno ed è custodita in una nicchia centrale, dietro un quadro di San Giovanni. In occasione delle processioni la statua è ornata di un bastone d’oro di m. 1,50, donato dal barone Ciani prima della sua morte nel 1777, mentre normalmente è usato un bastone d’argento20. La Croce di Malta che fregia la statua richiama i Cavalieri di San Giovanni in Gerusalemme, detti Gerosolimitani, rifugiatisi prima a Rodi, da dove furono cacciati nel 1522 e che poi ebbero come sede Malta, donata loro da Carlo V nel 1529. (Alfredo Campo scrive che Vito Melodia eseguì decorazioni nella parte interna della cupola e nel restauro delle volte- verificare). Un piccolo altare in legno, a destra, opera dello scultore comisano Giuseppe Micieli, orna l’abside.

***

        Segue poi:
       c) La Cappella del SS.mo Sacramento o anche del Sacro Cuore21. A destra dell’Altare Maggiore è l’Altare del SS.mo Sacramento, fatta costruire secondo l’ignoto autore della Istoria Geneologica dei Ricca, da don Enrico Ricca che, dopo aver fondato la Congregazione del SS.mo Sacramento «…fece costruire un magnifico altare di marmo alla dritta dell’altare maggiore della Chiesa Madre, a pie’ del quale ha la famiglia Ricca la sepoltura de jure patronatus», con quattro messe quotidiane. In effetti non esisteva nel 1750, quando invece sulla parete allineata alla balaustra del Coro c’era l’altare della Decollazione di San Giovanni Battista. Oggi è nota anche come Cappella del Sacro Cuore, perché in una nicchia semicircolare circondata da otto colonne ospita:
       a) una statua del Sacro Cuore dello scultore palermitano Vincenzo Genovese, del 1878. Sulla parete destra, dove fino a poco tempo fa faceva bella mostra di sé il Transito della Vergine di Giuseppe Mazzone, del 1874 (ora al Museo Diocesano), oggi è:
      b) un quadro della Madonna col Bambino, detta Salus Populi Romani, un soggetto analogo a quello esistente nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, cui la chiesa di San Giovanni fu aggregata nel 1750. Nella parete sinistra, in alto:
     c) una Decollazione del XVII secolo, della scuola novelliana o caravaggesca22, mentre per Campo sarebbe attribuibile al pittore licodiano Mariano Gusmano. Sotto il quadro, in una nicchia scavata nella parete, è custodita una cassetta con i resti di Vittoria Colonna (1558-1633), fondatrice della Città, portati il 29 giugno 1990 dalla chiesa di San Francisco di Medina de Rioseco23. La lapide, progettata dagli architetti Giuseppe Areddia e Albarosa Petrolo, con un intarsio di marmo, legno ed argento, fu realizzata da Francesco Vaccaro, mastro marmista di Comiso. La lapide si richiama a quella che copriva il suo sepolcro nella chiesa di San Francisco a Medina de Rioseco24, di cui ha ripreso lo stemma della famiglia (la colonna dei Colonna e le due torri degli Enriquez-Cabrera), posizionato in basso, ponendo in alto lo stemma di Vittoria e nel mezzo una preziosa targa argentea incardinata in un cartiglio in legno (dietro il quale si cela la nicchia che custodisce l’urna con i resti) che reca la seguente scritta: « Vittoria Colonna Duchessa di Medina Contessa di Modica Fondatrice della Città di Vittoria».Accanto alla Cappella, si apre l’ingresso alla sacrestia e ad altri locali, il maggiore dei quali è occupato dalla:

Galleria dei Parroci e degli Arcipreti. Nell’ampia sala sono custoditi i quadri dei parroci e degli arcipreti. La serie è completa e comincia da don Vincenzo Sesti (1640-1647), cui seguono: don Santoro Garofalo (1648); don Tommaso Brancato (1648-1656); don Francesco Galeota (1656-1664); don Silvestro Mezzasalma (1664-1675); don Giacinto Zacco (1675-1680); don Giacinto Salemi (1680-1681); don Carlo Pirola (1682); don Mario La Lisa (1683-1715); don Desiderio Ricca (1715-1730); don Errico Ricca (1731-1784); don Giuseppe Carlo Occhipinti (1785-1799); don Giombattista Ventura (1799-1827); don Matteo Ventura (1828-1836 (manca il quadro però); don Modesto Mazza (1837-1846); don Giuseppe Scrofani (1847-1880)25; don Federico La China (1880-1909)26; don Ferdinando Ricca (1909-1932)27; don Raffaele Cassibba (1933-1954)28, di A. Di Natale; don Salvatore De Luca (1954-1962)29; don Carmelo Ferraro (1962-1978)30; don Giuseppe Calì (1978-2003); don Vittorio Pirillo (dal 2003)31. Purtroppo gli autori dei quadri antichi sono ignoti.

L’Archivio Storico.

La chiesa possiede un importante Archivio Storico, che conserva documenti datati sin dal 1608. L’Archivio è diviso in due: la sezione parrocchiale e la sezione storica. La sezione parrocchiale è costituita da 258 volumi che raccolgono in ordine cronologico gli atti parrocchiali relativi ai battesimi, matrimoni, cresime e defunti dal 1609 ad oggi, con alcuni sporadici vuoti temporali. I registri furono copiati nel Settecento dal sac. don Paolo Garofalo (su incarico dell’arciprete Ricca) e alla fine dell’Ottocento dal sac. don Giuseppe Scalone (per incarico di mons. La China). La sezione storica custodisce una consistente quantità di documenti e atti relativi alle molteplici attività della parrocchia e della comunità in genere. È ordinata in numerose carpette. I documenti furono raccolti in maniera sistematica dal 1876, per iniziativa dello stesso La China che si curò di rintracciare e di custodite le antiche scritture conservate dai notai. I documenti più antichi risalgono al 1608 e si tratta di atti pubblici, scritture private, pergamene, lettere diocesane e fondazioni di messe. Così organizzato, l’Archivio Storico svolge appieno il suo importante ruolo di memoria storica dell’attività della Chiesa locale e si pone al servizio della ricerca storica e della cultura. Negli ultimi tre decenni l’Archivio è stato sistemato dal dr. Salvatore Palmeri di Villalba (che curò l’inventario degli atti parrocchiali) e dal dr. Giuseppe La Barbera. I volumi sono rilegati in vera e propria pergamena32.

Biblioteca.

La Biblioteca è ricca di oltre 1500 volumi, con pubblicazioni di argomento religioso che vanno dal 1578 ai nostri giorni e custodisce un olio di Salvatore Ventura di Chiaramonte del 1819, raffigurante un “Cristo alla colonna”, che in origine ricopriva il simulacro omonimo quando era custodito nella chiesa di San Vito.

Taledda.

Pur non essendo esposta, fa parte integrante delle opere d’arte custodite nella chiesa, la grande tela detta “Taledda”, eseguita da Giuseppe Mazzone nel 1861, per sostituire un’analoga tela del 1806, e che viene esposta davanti all’Altare Maggiore durante la Passione. Il dipinto, realizzato con tecnica monocromatica, misura 17 metri d’altezza con 7,65 di larghezza. Nella tela sono raffigurate 43 figure, attorno alla scena del “Martirio di Cristo”, con al centro la croce che viene issata per mezzo di corde da uomini di cui è messo in evidenza lo sforzo fisico. Ad illuminare con violenza e drammaticità la scena, quattro fasci di luce spuntano da dietro le nuvole. Ai lati del Cristo troviamo il buono e il cattivo ladrone, anche questi resi con molto realismo. Sul lato destro, sotto le croci, particolarmente drammatico appare il gruppo di donne che sorregge la Vergine svenuta. A questo gruppo di donne si contrappone, sul lato sinistro, l’indifferenza dei tre soldati che con i dadi giocano a sorte la tunica di Cristo33. In basso, un gruppo di soldati romani, in cui Mazzone volle rappresentare i volti di uomini famosi, fra cui papa Giulio II della Rovere, Cristoforo Colombo, Giuseppe Garibaldi, se stesso, Giuseppe di Arimatea e re Ruggero il Normanno. La tela finisce con due strisce larghe circa 70 cm, in cui sono dipinti due popolani in costume d’epoca. Il grande dipinto fu restaurato nel 1986 dal pittore Emanuele Cappello. Essa serviva a coprire l’Altare Maggiore durante la Settimana Santa e veniva fatta “cadere” durante la messa di Resurrezione, il Sabato Santo, mentre i fedeli cantavano il Gloria.

La navata destra.

Ritornando nella chiesa, nel transetto, incontriamo:

  1. l’altare della Madonna del Carmelo (secondo Palmeri progettato anche questo da mastro Carmelo Cultraro), con la stessa dedicazione nel 1750. Nell’altare, riccamente decorato abbiamo:
    a) statua lignea di Maria di Monte Carmelo, di grande effetto, un capolavoro purtroppo di autore ignoto, del Settecento. In alto:
    b) statue degli apostoli Pietro e Paolo.
    Subito dopo, si trova:il monumento funebre del barone di Villamarina e marchese di Tettamanzi don Salvatore Ricca (1756-1809), opera dello scultore Federico Siragusa (1791-1837) di Trapani del 1810, con la seguente scritta: «D.O.M. Eq.ti Hier.o D. Salvatori Ricca Mar.ni Tettamansoru. et B.ni Vil.ae Mar.ae incessu amabili scientiarum benevolo justitiae vindici egentium patri religione magnanimitate consillis nemini secundus suis universisque charo coniugis Josephae Ficicchia pietas MDCCCX».
  2. l’altare del SS.mo Cristo alla Colonna (nel 1750 dedicato a Sant’Antonio da Padova), con statua in cartapesta (proveniente da San Vito, molto deteriorata).
  3. l’altare della Sacra Famiglia (nel 1750 a Santa Maria Annunziata), con bassorilievo del vittoriese Salvatore Sciacco (1898), in sostituzione di un quadro con analogo soggetto del pittore Di Stefano, del 1874, oggi a San Biagio. Dopo la porta d’ingresso su via Cavour si incontra il monumento funerario di Francesco Leni barone di Spadafora (1759-1818). Il monumento consiste in un frontone ornato con un fregio egiziano (moda dell’epoca dovuta alla campagna napoleonica in Egitto), che sovrasta il suo mezzobusto con una piccola figura umana che lo incorona d’allora, con in basso un’urna di marmo bruno. Nella fascia sottostante il busto si legge: «D.O.M. Ill.is Eques Franciscus Leni baro Spataforae, de religione, de patria, de familia sua, de bonis cunctis, benemerentissimus, natus die nona Augusti 1759; denatus die XVI februarii 1818. Tristis uxor, lugentes filii, moerentes fratres, coniugi, parenti ac fratri optumo, monumentum hoc, durum amoris argumentum, posuere. Anno 1818».
    Segue quindi:
  4. l’altare della Madonna della Mercede34 (nel 1750 alla stessa) con patrocinio dei Leni, con quadro della Madonna, d’autore ignoto, in cui sono raffigurati San Pietro Nolasco e re Giacomo I di Sicilia. Sopra il dipinto in un bassorilievo, San Giorgio uccide il drago.
  5. l’altare della Madonna di Pompei (o del Rosario, nel 1750 dedicato a San Francesco di Paola) con tela di Giuseppe La Leta di Comiso (fatta fare per devozione da fratelli Terlato-Scrofani nel 1900), che raffigura la Madonna con Gesù Bambino, San Domenico e Santa Caterina, in sostituzione di altra tela di analogo soggetto. Infine:
  6. il Fonte Battesimale, con una grande tela del XVII secolo, con il Battesimo di Cristo, che Campo attribuisce al pittore licodiano Mariano Gusmano (attivo già negli anni 30-40 del Seicento e morto nel 1679), fortemente ispirata dall’opera di Filippo Paladini. Il dipinto fu probabilmente portato assieme al quadro della Decollazione dalla vecchia Matrice, di cui costituisce il lascito più antico.

 

NOTE

1] Tra cui cfr. Don Mario La Lisa, Bapr e Italia Nostra 1998
2] Questa lapide andò distrutta nel 1884, quando si scese la campana maggiore per la rifusione e fu rifatta da Giuseppe Biondi di Catania nel 1886 (La China, pag. 22). Il primo defunto fu il sacerdote don Giovanni Giaquinta, che fu sepolto nelle cripte il 24 maggio 1696, segno che a questa data, le fondazioni e almeno le strutture essenziali erano già elevate e funzionali
3] Archivio storico della Chiesa Madre di Vittoria, Scritture…vol. I fol. 295.
4] il sistema monetario siciliano era basato sull’onza, composta da 30 tarì; a sua volta un tarì era suddivisibile in 20 grani; un grano in 6 piccioli o denari. In uso erano anche lo scudo equivalente a 12 tarì (quindi due scudi e mezzo facevano un’onza), il ducato (pari a 10 tarì) ed il carlino, pari a 10 grani o a mezzo tarì.
5] Ecco il testo: «Ill.mus & R.mus D.nus D. Mat/thaeus Trigona Ep.us Syracusa/rum consecravit hanc Ecclesiam/parochialem & altare in honorem & glo/riam Omnipotentis Dei & in memoriam/Sancti Joannis Baptistae & in eo reli/quias SS.mi Christi Martirum Desiderii & Victo/riae inclusit & singulis Christi fidelibus in/anniversario consecrationis huiusmodi, Eccle/siam hanc visitantibus quadraginta dies/de vera indulgentia in forma Ecclesiae con/sueta concessit. Diem vero consecrationis/& dedicationis ejusdem ecclesiae solemniter/celebrandum cum officio & missa decimum/sextum maji quotannis [designavit]/[die decim]o sexto maji MDCCXXXIV».
6] Così si legge nell’iscrizione alla destra della porta maggiore.
7] Estratta dalle cave di pietra di don Orazio Mandarà.
8] Dedicata a San Giovanni, mentre le altre tre sono dedicate alla Madonna del Carmelo, a Santa Rosalia e a Santa Vittoria.
9] Così ne parla Giovanna Garretto Sidoti: «Benedetto Civiletti: ottimo statuario, scultore fecondo di opere improntate ad un realismo potente, artista vero, corretto e armonioso nella linea e nelle forme, grande ritrattista. Moltissime sono le sue opere…Fortunatamente anche Vittoria vanta una sua opera del 1887, che manifesta una modellatura fine e forte ad un tempo. Egli raggiunge qui, specie nel ritratto, la potenza espressiva solita delle sue opere migliori. Si tratta di un monumento in marmo bianco offerto da Isabella Ricca “dei Marchesi di Tettamansi, baroni di Villamarina, alla memoria del defunto fratello Federico, Cavaliere Gerosolitano degli ordini antichi, comandante delle Guardie d’Onore della provincia di Noto, nei nuovi ordini maggiore della Guardia Nazionale in Vittoria, socio dell’Accademia Stesicorea di Catania, letterato e poeta nato in Vittoria nel 25 luglio 1803 venuto meno alla vita il 25 marzo 1880”. L’opera si compone del ritratto a mezzo busto del defunto marchese, imponente, nella divisa di comandante delle Guardie d’Onore. Esso poggia su un piedistallo che, a sua volta, sovrasta la dedica suddetta. Sul sarcofago, ai lati della data di nascita e di morte del defunto, sono due corone che hanno valore simbolico. Un motivo decorativo orna la parte terminale del piedistallo, sul piano del basamento; a destra, il corpo di una giovane donna scolpito a tutto tondo in cui è da ammirare la purezza delle forme, la tecnica impeccabile e l’espressione mistica. Ferma nella posizione del riposo, ha in mano una corona di fiori mentre l’altra mano è misticamente portata al petto. In testa, un velo orlato da festoni ricamati. Un mantello, con poche pieghe morbide, nella parte inferiore le copre il corpo, che non perde affatto la sua fine sensualità. Lo scultore segue già la moda del tempo, che ha lasciato finalmente i tondi e le abbondanti pieghe morbide per gli abiti semplici che modellano perfettamente il corpo e hanno qualche dolce piega verticale in basso determinata dalla morbidezza della stoffa. Noi pensiamo che questa sia la sorella del defunto; l’espressione del volto fine, la testa bassa, la mano sul petto esprimono un dolore consapevole e rassegnato. Il ritratto del marchese ha le spalle larghe e forti; una grande luminosità rende vivissimo lo sguardo e l’espressione austera; il modellato della testa è superbo. In tutto il ritratto, la resa anatomica e naturalistica, la verace individuazione del carattere, sono i principi ai quali lo scultore si ispira».
10] «Di fronte al monumento del Civiletti, a destra si trova l’opera di uno scultore illustre, allievo di Valerio Villareale e maestro di Benedetto Civiletti: è Benedetto Delisi. Il monumento a Mario Pancari Leni fu l’ultima sua opera poiché porta sotto la firma una data: 1875, che coincide con l’anno della morte dell’artista. Abbiamo un basamento di marmo scuro e, sopra, un sarcofago, che ha sul frontale tre medaglioni scolpiti ad alto rilievo. Essi portano i busti infantili dei tre figli del defunto: Carolina, Filippino, Stella. Attorno, i medaglioni simbolici fatti anch’essi ad altorilievo. Il sarcofago, addossato al muro, termina con un frontone triangolare che ha in centro una croce, motivo che si ripete nella parte terminale rastremata nella lapide. Sul frontone di di quest’ultima è il medaglione ad alto rilievo, riproducente il busto di Mario Pancari. Bellissimi i tre busti [dei figli]. In essi lo scultore riesce gustoso e geniale e giunge alla perfetta armonia tra l’interpretazione del vero e l’intima emozione del sentimento. Potentemente sintetico è il modellato delle teste, molto fine l’insieme; delicata l’espressione di Carolina e ingenua quella di Filippino mentre Stella ha il visetto di una robusta bimba di campagna».

11] Sulla vicenda, cfr. il mio “L’affare Pancari” a stampa 2002 oppure “Assassinio al tavolo da gioco”, su kindle store di amazon.it
12] Secondo Palmeri, poiché dietro lo stemma della famiglia Giangreco è rappresentata la croce dell’Ordine di Malta, sarebbe stato costruito da don Giuseppe Giangreco, frate dell’Ordine di Malta, morto nel 1744 a Comiso.
13] Si tratta forse della statua così descritta nel 1944 da Garretto Sidoti «…statua in marmo, che riteniamo della scuola del Gagini, perché mostra delle caratteristiche barocche nel panneggio e nell’atteggiamento ieratico della testa e perché ne trova, a Comiso, una simile sicuramente, uscita dallo stesso scalpello. E’ una Madonnina in marmo bianco al quale il tempo ha lasciato il colore della cera, che rende con maggiore intensità la delicatezza soave del viso e del bel collo e delle mani finemente modellate. poggia su un piedistallo ed ha il panneggio colorato in marrone e azzurro che, nel suo tormento, è duro e dà l’impressione della quercia o della carta pesante. La religiosità e la sensibilità dell’insieme, determinate dalla delicatezza dell’espressione, tutta idealità e sentimento e dagli occhi rivolti al cielo sono aumentate dalla posizione ieratica delle braccia incrociate sul petto».
14] Secondo Campo, artefice di analoga statua in alabastro del 1706, esistente nella Chiesa Madre di Comiso.
15] Si è già detto della disputa e dell’accordo stabilito tra don Desiderio Ricca ed i Confrati. C’è da dire che nell’atto di donazione di donna Anna Leni nel 1680, si parla anche dell’intenzione di alcuni di costruire un oratorio della Confraternita segregato dalla Madre Chiesa, desiderio che però è stato realizzato assai di recente (anni ’60) con la cessione da parte della Chiesa di un locale in via Cavour.
16] Sulla cappella così scrive la Garretto Sidoti: «Per completare il quadro dell’arte settecentesca a Vittoria bisogna dare uno sguardo alla cappella del Crocifisso, dove si accede attraverso una porta interna della Madre Chiesa. Qui troviamo attorno alla cappella, statue settecentesche in gesso, in cui è chiara la vana speranza e lo sforzo dell’autore nel volere imitare le donne del Serpotta. Nel tetto, nelle vele della volta, sorretta da nervature, sono stucchi pre-settecenteschi e quattro affreschi in forma di medaglioni con cornici in stucco. Pochissimo rimane degli affreschi ma, quel poco, lo possiamo attribuire a Vito D’Anna (Maganuco). Tutto è Barocco settecentesco, anche il fondale dell’altare che può paragonarsi ad uno scenario di palcoscenico che, male, illude l’occhio. Ai lati, due monocromati la “Pietà” e la “Misericordia”, la “Fede” e la “Speranza”. Il tutto termina in alto con un timpano spezzato; in esso è raffigurato il simbolo di Cristo (Pellicano) che nutre i piccoli col suo sangue. Le tinte fastose della decorazione, la teatralità dell’insieme contrasta con la santità del luogo».
17] Garretto Sidoti: «Di scuola caravaggesca siciliana è pure la Deposizione, in una fastosa cornice barocca. Su un fondo cupo, spicca il movimento delle braccia di tre uomini che si aiutano per deporre il Cristo che è già staccato dalla croce. A sinistra, nel piano mediano, una Maddalena molto simile a quella del “Cristo portato al Sepolcro” del Caravaggio; a destra una pia donna sostiene una scala, in basso la Madonna quasi svenuta si abbandona sulle pie donne. Il corpo bianco e inerte del Cristo spicca stranamente e contrasta il movimento e la vita spirante dagli uomini che lo reggono. I colori chiari sono un po’ addolciti dai rossi cupi di qualche manto e di qualche cintura. L’autore è sicuramente caravaggista siciliano, ma del Settecento nel disegno e nelle pose sdolcinate (Maganuco)».
18] Giovanni Barone, a pag. 195 riferisce che nell’Oratorio erano due quadri: quello di Lanuza (oggi al Museo Diocesano) ed uno piccolo del vescovo Ferdinando Ricca (oggi dov’è?).
19] Sarebbe quella antica, in cui un recente restauro avrebbe constatato la decapitazione leggendaria causata dal terremoto.
20] Al bastone d’oro è legata una leggenda riferita anche da Serafino Amabile Guastella e poi da La China.
21] Per Barone (pag. 195) completata di dorature, decorazioni ed ornati nel 1857.
22Da Giovanna Garretto Sidoti (1944): «Decollazione del Battista (ad olio m. 2.80×3.70) Nella chiesa di San Giovanni si ammirano due pitture che sono esempio della reazione della scuola caravaggesca al Manierismo imperante. E’ chiara in essi quell’arte pura e senza sdolcinature, quella luce “incidente o di cantina”(Enzo Maganuco), propria del Caravaggio. I personaggi sono realisti, rudi e rozzi, presi nelle bettole. E’ un dipinto che accoglie in sé tutte queste caratteristiche: la scena è macabra. Una luce calda, che sembra venga dall’alto, da una feritoia, si concentra sui muscoli del braccio del carnefice, su una parte del petto, sul braccio della donna che sostiene il vassoio contenente la testa del Santo, sul dorso steso a terra e sulle mani legate dietro la schiena facendoli risaltare lugubremente. La scena si svolge nella cella buia di un carcere. Vicino a Salomé che si compiace a guardare quel capo, ormai senza vita, è Erode. A sinistra un uomo inorridisce alla vista di tanta crudeltà, e lo stesso fanno due angeli in alto. Il rosso mantello del Santo, il fondo cupo quasi nero del quadro, il netto passaggio dall’ombra alla luce, aumentano la tragicità della scena. Il tutto è pervaso da un realismo crudo ma convincente».
23] Al termine di una complessa trattativa diplomatica durata dal 1985 al 1990, i resti rinvenuti sotto il pavimento della chiesa di San Francisco a Medina de Rioseco, identificati in base ai documenti dell’epoca ed analisi anatomo-patologiche, furono “compartiti” in base al patto di gemellaggio sottoscritto fra le due città di Vittoria e di Medina de Rioseco nell’agosto 1986: a Medina de Rioseco è rimasta la parte inferiore dello scheletro, a Vittoria è stato dato il teschio e parte della mandibola, che sono chiusi in una piccola urna foderata di velluto rosso.
24] La lapide originaria, oggi al Museo Archeolgico di Palencia, recava in alto lo stemma dei Colonna (una colonna) e quello degli Enriquez (due torri) ed in un elegante intarsio recava la scritta «D. Vittoria Colonna Duquesa de Medina y Condesa de Modica su muger» (in quanto era sepolta accanto al marito Luigi III Enriquez Cabrera.
25] Di Domenico Provenzani.
26] Di Statura
27] Di Statura.
28] Di A. Di Natale.
29] Di A. Di Natale.
30] Di G. Di Natale.
31] Per altre notizie vedi Giuseppe La Barbera, Gli arcipreti di Vittoria, EdiArt-Rg 1996.
32] Recentemente lo stesso Palmeri di Villalba ha donato all’Archivio le fotocopie di un diario scritto da Mons. La China che abbraccia un periodo posteriore al 1890 e la fotocopia dell’atto d’appalto della vara del Cristo alla Colonna, rinvenuto presso l’Archivio Mandamentale dei Notai.
33] A questi tre uomini risale il detto “parinu i tri da Taledda”, a rappresentare l’indifferenza al dolore e la corruzione dell’animo.
34] Don Mario La Lisa aveva fondato una messa quotidiana davanti all’altare omonimo nell’antica Matrice.

 

 

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